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Milioni di bambini rifugiati senza istruzione secondo il rapporto UNHCR ‘Turn the Tide: Refugee Education in Crisis’

Europa/Italia/05.09.18/Fonte: www.unhcr.it.

Secondo un rapporto pubblicato oggi dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, quattro milioni di bambini rifugiati non frequentano la scuola, un aumento di mezzo milione in un solo anno.

Il rapporto Turn the Tide: Refugee Education in Crisis evidenzia come, nonostante gli sforzi dei governi, dell’UNHCR e dei suoi partner, l’iscrizione dei bambini rifugiati a scuola non riesca a tenere il passo con la crescente popolazione di rifugiati. A fine 2017, si calcolavano oltre 25,4 milioni di rifugiati nel mondo, di cui 19,9 milioni sotto il mandato dell’UNHCR. Più della metà, il 52%, erano minori e tra questi 7,4 milioni erano in età scolare.

“L’istruzione è un modo per aiutare i bambini a guarire, ma è anche la chiave per ricostruire il loro Paese”, ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Senza istruzione, il futuro di questi bambini e delle loro comunità sarà irrimediabilmente danneggiato”.

Solo il 61% dei bambini rifugiati frequenta la scuola primaria, rispetto al 92% dei bambini nel mondo.

Con l’età, il divario aumenta. Quasi due terzi dei bambini rifugiati che frequentano la scuola elementare non continuano gli studi. In totale, il 23% dei bambini rifugiati frequenta la scuola secondaria, rispetto all’84% dei bambini su scala globale.

Per quanto riguarda l’istruzione superiore, la situazione è particolarmente critica: se nel mondo l’iscrizione scolastica a tale livello è pari al 37%, nel caso dei rifugiati la percentuale scende all’1%, una cifra che nel corso degli ultimi tre anni non è cambiata.

“La scuola è il primo posto in cui i bambini rifugiati trovano una qualche normalità dopo mesi, se non addirittura anni”, aggiunge Grandi. “Sulla base dei modelli attuali, se non vengono effettuati investimenti urgenti, altre centinaia di migliaia di bambini diventeranno parte di questi dati allarmanti”.

Il rapporto mette in evidenza i progressi compiuti da coloro che hanno sottoscritto la Dichiarazione di New York per i Rifugiati e i Migranti, impegnandosi a garantire l’iscrizione a scuola di 500.000 bambini rifugiati senza istruzione nel 2017. Sollecita inoltre a far di più per consentire a tutti i rifugiati di beneficiare dell’istruzione di qualità che meritano.

Il rapporto invita i Paesi che accolgono bambini rifugiati ad iscriverli nei sistemi scolastici nazionali, con programmi di studio adeguati, per tutta la scuola primaria e secondaria, affinché possano ottenere un titolo valido per proseguire gli studi universitari o per intraprendere un percorso di formazione professionale superiore.

Nel rapporto viene anche ricordato che i Paesi nelle regioni in via di sviluppo ospitano il 92% dei rifugiati in età scolare a livello globale e necessitano di un maggiore sostegno finanziario da parte della comunità internazionale.

Infine, il rapporto invita a instaurare partnership più solide con il settore privato, le organizzazioni umanitarie e per lo sviluppo e i governi per incrementare le soluzioni sostenibili per l’istruzione dei rifugiati.

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La versione integrale del rapporto Turn the Tide: Refugee Education in Crisis in inglese è disponibile qui.

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Informazioni sul rapporto

Turn the Tide: Refugee Education in Crisis è il terzo rapporto annuale sull’istruzione dell’UNHCR. Il primo, Missing Out, è stato pubblicato in occasione del Summit dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per i Rifugiati e i Migranti svoltosi nel settembre 2016. Sollecitava i donatori a fornire finanziamenti pluriennali e sicuri a sostegno dell’istruzione dei rifugiati. Il secondo, Left Behind, è stato pubblicato nel 2017 e ha evidenziato il divario tra le opportunità di cui beneficiano i bambini rifugiati e i loro pari non rifugiati e invitava a considerare l’educazione come un elemento fondamentale per rispondere alle emergenze dei rifugiati.

Il rapporto contiene una prefazione di Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e le osservazioni finali dell’Inviata Speciale dell’UNHCR Angelina Jolie.

Informazioni sull’UNHCR

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, guida l’azione internazionale volta alla protezione delle persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa di conflitti e persecuzioni. Fornisce assistenza salva-vita come alloggi, cibo e acqua; contribuisce a salvaguardare i diritti umani fondamentali e sviluppa soluzioni che garantiscano alle persone un luogo sicuro che possano chiamare casa e dove possano costruire un futuro migliore. Si adopera inoltre per garantire che gli apolidi possano ottenere una cittadinanza.

Contatti Media a Ginevra:

Altri Contatti Media:

Fonte delle notizie: https://www.unhcr.it/news/milioni-bambini-rifugiati-senza-istruzione-secondo-rapporto-unhcr-turn-the-tide-refugee-education-crisis.html

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El misterio del éxito educativo japonés: por qué envidian a Europa si son los mejores

Por Héctor Barnés

Aparecen siempre en los primeros puestos de los rankings, pero sus ciudadanos son muy críticos con su educación pública, y envían a sus hijos a academias privadas. ¿Qué pasa?

Si España obtuviese en alguna edición del examen PISA unos resultados similares a los de Japón, no es descartable que el Ministro de Educación de turno saliese al balcón de su despacho, descorchase una botella de champány regase con ella el asfalto vacío. En su última edición, el país nipón obtuvo 558 en puntos Ciencias, tan solo superados por Singapur (con 556), y muy por encima de los 493 de España. En Lectura sacaron 516, mientras que nuestro país lograba 496. Las matemáticas son otro punto fuerte, con 532 puntos (los españoles, 486). También aparece entre los primeros puestos en equidad educativa. Excelencia e igualdad son los dos rasgos por los que son aplaudidos fuera de sus fronteras.

Así visto, uno diría que, siempre y cuando se considere el informe de la OCDE un criterio válido, los japoneses tendrían motivos para estar orgullosos. Sin embargo, desde hace unos cuantos años, abundan las opiniones negativas sobre el sistema educativo nipón en la prensa local. En un artículo publicado en ‘The Japan Times’, Ikuko Tsuboya-Newell, directora de un colegio en Tokio, explicaba una reveladora anécdota: en una cena con el Ministro de Educación holandés, este les reveló que cuando visitaba Japón para aprender sobre su exitoso sistema educativo, los nipones le respondían extrañados, explicando que en realidad eran ellos los que envidiaban la educación europea. Otros lamentan, por ejemplo, la poca disciplina de los alumnos. Y algunos, como Mikio Takagi, dueño de una cadena privada de academias, recuerda que sus alumnos son “muy buenos dando respuestas a los problemas que ya tienen respuesta”.

El gasto en educación privada en Japón dobla a la media de la OCDE, un 31,9% frente al 16%, destinado sobre todo a las clases extraescolares

La directora aduce que quizá se trate de un problema de autoestima, aludiendo a los datos del Instituto Nacional para la Educación de la Juventud que muestran que un 72,5% de los estudiantes japoneses se consideran inútiles, mientras que el porcentaje en EEUU es de 45,1%. Quizá también de miedo a quedar atrás, pues el gasto en educación privada dobla a la media de los países de la OCDE, un 31,9% frente al 16%, dedicado sobre todo a las clases de apoyo extraescolares (‘jukus’). En los últimos años, Japón ha cambiado continuamente con el objetivo de enfrentarse a una crisis social y económica sin precedentes, como pone de manifiesto el recién publicado informe‘Education Policy in Japan’ de la OCDE, en el que recoge los cambios que introducirá el Tercer Plan Básico para la Promoción de la Educación, que concluirá en 2022.

Entre los objetivos de esta reforma profunda se encuentran una nueva reforma nacional del currículum, mejorar las habilidades del profesorado a través de la formación, reforzar las comunidades escolares y reforzar el apoyo económico para la educación preescolar, así como ayudar a los estudiantes con menos recursos a alcanzar la universidad, uno de los grandes problemas del país. Todo tiene como objetivo capear el temporal social que viene, empezando por los ecos de la crisis económica que comenzó a principios de los años 90 que disparó el número de trabajadores pobres hasta la crisis demográfica que tienen encima y que provocará que la fuerza laboral se reduzca significativamente. Pero, sobre todo, enfrentarse a la perenne desconfianza de los padres por el sistema de educación público.

Las reformas de Abe

“En un momento en el que los resultados de PISA muestran que Japón se compara favorablemente tanto en términos de resultados de los estudiantes como en la igualdad de las oportunidades educativas, los políticos no son complacientes y analizan cuidadosamente las amenazas a las fortalezas actuales de Japón”, recuerda Andreas Schleicher, director del programa educativo de PISA, en la introducción del informe. En su opinión, la mejor baza del país oriental se encuentra en la gran tradición de educación holística que ha desarrollado durante décadas. En otras palabras, y aunque antes no se emplease esa palabra, la formación nipona siempre se ha preocupado por desarrollar el carácter moral y emocional del alumno, no solo los contenidos, y la sociedad, la educación y el mundo laboral siempre han estado imbricados.

Estudiantes japoneses en Fukushima escuchan a Ban Ki-Moon. (Reuters/Yuriko Nakao)

Estudiantes japoneses en Fukushima escuchan a Ban Ki-Moon. (Reuters/Yuriko Nakao)

Es el conocido como ‘Tokkatsu’, un concepto que engloba todo aquello que va más allá de lo cognitivo, y que ha sido considerado como sinónimo de “modelo japonés de educar a todo el niño como un conjunto”. Por ejemplo, los expertos de la OCDE que visitaron el país desvelan haber visto a los profesores supervisando a los alumnos mientras limpian el colegio, realizan actividades escolares o ayudan a preparar el desayuno. En este aspecto, juega un importante factor la colaboración de los padres, no solo en cuestión de notas, sino también del comportamiento con sus hijos. Es un enfoque que se remonta a los años de reconstrucción de la posguerra, cuando el país se vio obligado a inventar una nueva fórmula ante el crecimiento industrial de la nación.

El nuevo currículo educativo se encuentra en el centro del programa de reformas del Partido Liberal Democrátizo de Shinzo Abe con 2030 como horizonte más cercano. Afortunadamente, señalan, no debería ser difícil: “En Japón, la educación es una prioridad, como muestra el compromiso compartido de los estudiantes (altos niveles de matriculación en todos los niveles educativos), padres y familias (altos niveles de inversión personal y financiera), comunidades de apoyo y profesores implicados, así como colegios que proporcionan una educación holística a sus estudiantes, cubriendo no solo la educación académica, sino también los valores y las actividades de después del colegio”. Un bonito eslogan.

Alrededor de la mitad de los japoneses en edad de trabajar ha pasado por una facultad, mientras que la media en el resto de países de la OCDE es del 35%

Uno de los escollos para conseguirlo es el rol de los profesores, cuyo estatus actual es “frágil”. Aunque la labor docente en principio parece bien valorada en el país nipón y la competencia por un puesto es alta, especialmente fuera de las grandes ciudades, también son uno de los países de la OCDE con más horas lectivas (además de ocho horas de trabajo en casa) mientras que su salario se encuentra en la media de la OCDE. Un gran número de ellos manifiestan que no se sienten preparados para impartir clase a los niños y lamentan con frecuencia que sus problemas de horarios les permiten desarollarse como profesores: tan solo un 58% de los docentes volvería a decantarse por dicha profesión si tuviesen ocasión de volver a empezar.

Un examen que cambia vidas

No hay nada mejor para entender el lado oscuro de la educación nipona que fijarse lo que ocurre en la universidad. Alrededor de la mitad de los japoneses en edad de trabajar ha pasado por una facultad, mientras que la media en el resto de países de la OCDE es del 35%. Se prevé que el porcentaje aumentará en las próximas generaciones hasta el 71%. En otras palabras, tener una carrera parece una condición necesaria para obtener empleo, lo que provoca que la presión sea muy alta.

Melania Trump visita un colegio japonés, en noviembre del año pasado. (Reuters/Toshifumi Kitamura Pool)

Melania Trump visita un colegio japonés, en noviembre del año pasado. (Reuters/Toshifumi Kitamura Pool)

Lo explicó Anne Allison en los dos libros que dedicó al país del sol naciente, ‘Permitted and Prohibited Desires’ y ‘Precarious Japan’: la educación surgida tras la Segunda Guerra Mundial tenía como principal objetivo proporcionar mano de obra eficiente a la creciente economía industrial basada en el capitalismo, de forma que había que conseguir que los estudiantes fuesen disciplinados y sacasen buenas notas. La herramienta utilizada para alcanzar dicho objetivo fueron los exámenes de acceso a la universidad, que terminaron convirtiéndose en la gran criba que dividía la sociedad japonesa en dos. Es uno de los retos que aparecen señalados en el informe de la OCDE, que recuerda que “la naturaleza exigente de los exámenes de entrada a la universidad también presionan al sistema educativo en su conjunto, y pueden minar el alcance de la reforma del currículum”.

Uno de los peligros es que, mientras esta reforma intenta promover el desarrollo de nuevas competencias entre los alumnos, el sistema de entrada universitario siga centrándose, una vez más, en los conocimientos. Es lo que ha ocurrido durante las últimas décadas, lo que ha promovido los conocidos como ‘jukus’, los cursos extraescolares impartidos de forma privada y que pueden costar a cada familia unos 2.500 euros anuales. También un sistema que se basa en el ‘teaching to the test’, en el que se el esfuerzo se concentra en conseguir que los estudiantes aprueben el examen, y no tanto a desarrollar habilidades como la creatividad. Algo que llevó a principios de década pasada a promover la reforma de educación relajada (‘yutori kyoiku’), que eliminó el 30% del currículo e hizo que la semana escolar pasase de seis a cinco días.

Tan solo un 61% de estudiantes japoneses se sienten satisfechos con su vida, un 10% menos que la media de la OCDE

Quizá las quejas de los padres se deban, precisamente, a esa relajación, que provocó que en la anterior reforma del currículo aumentasen de nuevo las horas lectivas. Las ‘jukus’, no obstante, siguen siendo parte esencial de las escuelas japonesas: según los datos del informe, más de la mitad de los estudiantes de secundaria acuden a estas clases. Entender las ‘jukus’ es entender, en un alto grado, qué ocurre con la sociedad japonesa que vive con el miedo de quedarse atás y considera que para competir en el mercado laboral deben invertir en clases privadas para sus hijos. Sin embargo, recuerda el informe, eso no se refleja en los datos reales: la pública es suficientemente buena como para no recurrir a otra alternativa. Y añaden dos reveladores datos: un 61% de estudiantes japoneses se sienten satisfechos con su vida (un 10% menos que la media de la OCDE) al mismo tiempo que son uno de los países donde sienten una ansiedad más alta hacia los trabajos escolares.

Fuente de la reseña: https://www.elconfidencial.com/alma-corazon-vida/2018-08-07/misterio-exito-educativo-japon_1602200/

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El “conocimiento amputado” de los libros de texto sin mujeres

Por  Gloria Rodríguez-Pina

El material educativo continúa transmitiendo una visión androcéntrica del conocimiento pese a los esfuerzos y avances recientes

Si la historia la escriben los vencedores, las grandes perdedoras han sido sin duda las mujeres, ausentes en el relato que se transmite en las aulas a través de los libros de texto. El mayor estudio sobre la presencia de mujeres en los materiales educativos, que analizó 115 manuales de tres editoriales, contó de media un 7,5% de apariciones de mujeres en todas las asignaturas de ESO. Su autora, Ana López-Navajas advierte de que los hombres y mujeres del futuro reciben todavía un «conocimiento amputado», un relato histórico incompleto basado “en un canon cultural que se corresponde a los valores y espacios masculinos, y no a los de la totalidad de la población”.

López-Navajas, que publicó su estudio en 2011 y trabaja desde entonces en una base de datos con recursos educativos que compensen la carencia, ha notado pequeñas mejoras desde entonces, «pero no suben más de dos o tres puntos porcentuales en algunas materias». “A pesar de que hay una sensibilidad social y educativa cada vez más sensible a este tema, la adecuación de contenidos educativos ofrece muchísimas resistencias”, lamenta.

No se trata de buscar la paridad, advierte esta investigadora ligada a la Universidad de Valencia y asesora de igualdad y coeducación en la Generalitat Valenciana. “No puedes meter el mismo número de obras del Barroco de hombres y mujeres porque no las ha habido y sería faltar a la verdad histórica”. Pero enseñar esa época sin nombrar a escritoras como María de Zayas y Sotomayor, Ana Caro Mallén de Soto o Luisa de Carvajal y Mendoza es transmitir, en su opinión, un canon androcéntrico que describe como un «fraude».

Tampoco vale incorporar mujeres de forma excepcional, sino a través de genealogías y de sus aportaciones en las distintas áreas del conocimiento. Se debe fijar la mirada en qué hacían ellas en cada espacio y tiempo. “Claro que han estado en el ámbito doméstico, pero hay que ponerlo en relación con los avances sociales. Tienes ejército porque se han gestionado bien los cuidados. Pero además, han participado en todas las áreas y se han enfrentado con muchas barreras”, dice.

Las imágenes y el lenguaje

Los análisis de los libros de texto desde la perspectiva de género se fijan también en las imágenes que incluyen, en cuántos hombres y mujeres salen en los temas y en ejercicios, qué hacen y qué sentimientos manifiestan unos y otros, como hizo Carolina Hamodi, de la Universidad de Valladolid. Sus conclusiones no fueron muy sorprendentes. Ellos aparecen más en el ámbito laboral y son representados como personas preocupadas, pensativas, serias. A ellas se les atribuye sentimientos de alegría y felicidad.

Carmen Heredero, secretaria de mujer, igualdad y política social de la federación de enseñanza de CC OO analizó también para su tesis doctoral nueve libros de texto de Lengua y Literatura hace casi una década. De las 1.217 imágenes que catalogó, un 59,57% representaban varones, un 19,97% mujeres y un 20,46% eran grupos mixtos. Estudió también el lenguaje y echó de menos un “un esfuerzo por visibilizar a las mujeres, porque la sociedad no es androcéntrica”. Heredero aboga por buscar términos que engloben a ambos géneros, doblar a veces usando el masculino y el femenino y en ocasiones, emplear solo el masculino genérico. “Lo más importante es la reflexión, saber que con lo que decimos estamos transmitiendo cosas”.

Desde que hizo su tesis doctoral, Heredero ha visto también “tímidos avances”. “Ahora puede aparecer un hombre fregando platos. Detallitos de ese tipo, más que una asimilación real de la igualdad, de compartir actividades y todos los aspectos de la vida”, señala. Hamodi observa que incluso en los centros educativos que se consideran igualitarios el cambio es “superficial”, porque “los libros de texto, a través del currículo oculto, transmiten valores contrarios a lo que esa escuela promulga”.

María Vaillo, de la Universidad Antonio de Nebrija, preguntó a las editoriales, mientras hacía su tesis, si iban a revisar su currículo, como establece la Ley de Igualdad. Según la experta, “hay editoriales que tienen sensibilidad de género y se esfuerzan por revisar libros de texto y encargar proyectos a gente con esa perspectiva, pero hay otras que no consideran necesario hacer más”.

La igualdad, en manos de las editoriales

Las editoriales aseguran que están “cada vez más concienciadas” y llevan desde 1996 tomando «muy en serio» este asunto en la elaboración de libros, materiales curriculares y orientaciones para centros. “Hacemos un verdadero esfuerzo”, asegura José Moyano, presidente de ANELE, la asociación que agrupa a empresas del sector. “Coges un libro de hace 20 o 25 años y uno editado ahora y se ve el progreso”, dice. “¿Que podemos hacer más? También”.

Moyano explica que su organización celebra seminarios y grupos de trabajo para formar a sus asociados, y Carmen Heredero y María Vaillo, que han participado en ellos, certifican que hay editoriales abiertas a mejorar. Pero el presidente de los editores recuerda la libertad de elección y de enseñanza, y que las empresas del sector “tienen posiciones ideológicas», que pueden ir en mayor o menor medida «en un sentido o en otro”.

Para que no quede en manos de una línea editorial ni de la sensibilidad de los centros educativos, que son quienes eligen los libros, los expertos creen que las administraciones deben velar porque las mujeres entren en los currículos educativos. «Aunque el Ministerio de Educación y Formación Profesional no tiene ninguna competencia en la elaboración de los libros de texto, siempre trabaja y recomienda el trabajo de las editoriales en la línea que nuestra legislación educativa recoge del fomento de la igualdad de trato y de oportunidades entre mujeres y hombres», señalan fuentes del ministerio. «Los libros de texto deben evitar el lenguaje sexista, huir de estereotipos y de todas aquellas formas de discriminación ya que solo desde un sistema educativo de calidad, inclusivo, integrador y exigente se garantiza la igualdad de oportunidades y se hace efectiva la posibilidad de que cada alumno y alumna desarrolle el máximo de sus potencialidades», añaden las mismas fuentes.

“La ley nos ampara y nos exige”, recuerda López-Navajas, que señala que la Lomce contempla la educación para la igualdad de oportunidades. “Una cosa es que haya un apartado en la ley en el que se mencione y otra que eso se cristalice en planes de acción específico y en controles de la comunidad educativa”, considera Moyano, que aplaude una iniciativa reciente de Andalucía, que acaba de elaborar una lista con recomendaciones para las editoriales. Para que en los próximos libros las mujeres ganen espacio y se cuente qué hacían mientras ellos iban a la guerra.

LA APUESTA ANDALUZA POR LA IGUALDAD

«Andalucía es pionera en el tratamiento de la Igualdad en la Educación», afirma Moyano, presidente de la asociación de editores de libros de texto. La Consejería de Educación de la Junta acaba de elaborar unas instrucciones dirigidas a los centros docentes y unas recomendaciones para las empresas editoriales que establecen los criterios para la selección de los libros de texto y para la elaboración de materiales curriculares en cualquiera de sus formatos y soportes, para que se ajusten a la igualdad de género. Los editores ya están en contacto con el Gobierno regional para la próxima revisión del material escolar.

Como explica Francisco Javier García, jefe de servicio de Igualdad y Convivencia de la Consejería de Educación de la Junta, la iniciativa, que forma parte del segundo plan estratégico de Igualdad de Género en la Educación de Andalucía, va más allá de la equidad entre hombres y mujeres. Abarca también la diversidad familiar y las diferentes identidades de género y orientación sexual. Incluye además acciones para contribuir a erradicar la violencia contra las mujeres.

A los centros, que tienen autonomía para elegir sus materiales didácticos, les piden que basen su elección en estos criterios. “Las editoriales son empresas, no podemos obligarlas, pero les hacemos recomendaciones para que las tengan en cuenta en la elaboración de los libros”.

Las editoras cumplen con el currículo y todas las obligaciones legales, afirma el jefe de servicio. “Las cuestiones problemáticas son más sutiles, tendría que haber algo muy llamativo para retirar un libro del catálogo”. Para contrarrestar las carencias y esas sutilezas piden también que las unidades didácticas que elaboran los profesores cumplan con sus directrices.

Fuente del artículo: https://elpais.com/politica/2018/07/07/actualidad/1530952055_654127.html

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La violencia en el lago Chad pone en peligro la educación de 3,5 millones de niños

Africa/Nigeria/04.09.18/Fuente: www.europapress.es.

La educación de casi 3,5 millones de niños está en juego en la cuenca del lago Chad, que baña al país que le da nombre, a Camerún, Níger y Nigeria y que se ha convertido en la zona de operaciones del grupo islamista Boko Haram, dejando casi 1.000 escuelas cerradas o inoperativas en esta región, según ha alertado el Fondo de la ONU

«En contextos de inseguridad, la educación puede ser un salvavidas», ha defendido el director de Programas de Emergencia de UNICEF, Manuel Fontaine. «La educación es la base del aprendizaje de niños y jóvenes durante toda su vida» ya que «les brinda las habilidades necesarias para construir un futuro mejor para ellos y sus familias, y para contribuir a comunidades pacíficas y prósperas».

Sin embargo, ha lamentado, «con demasiada frecuencia falta financiación para la educación en situaciones de emergencia». En el caso de la cuenca del lago Chad, UNICEF ha solicitado para este año casi 36 millones de euros pero hasta la fecha solo ha recibido el 8 por ciento de esta cantidad.

A pesar de los desafíos, incluidos la inseguridad, el desplazamiento y la pobreza, UNICEF y sus aliados apoyaron el año pasado a los gobiernos de los cuatro países para garantizar que más de un millón de niños afectados por la crisis pudiesen regresar a la escuela.

Además, han dado formación sobre evacuaciones seguras y confinamientos a aproximadamente 150.000 estudiantes de primaria, para que estén preparados ante eventuales ataques o incidentes de seguridad durante la jornada escolar. Igualmente, se ha capacitado a casi 2.000 docentes para que sepan cómo reducir el riesgo de desastres a través de una educación resiliente, y más de 14.000 docentes han sido entrenados para integrar el apoyo psicosocial en sus lecciones.

También se ha involucrado a las comunidades para que participen en la protección de las escuelas, y en Nigeria este aprendizaje se está integrando en la formación de los futuros profesores, ha añadido la agencia de la ONU.

Asimismo, UNICEF trabaja con sus aliados y los gobiernos de la región para garantizar que haya oportunidades educativas alternativas. Por ejemplo, mediante la radio se está ayudando a niños en Camerún y Níger a seguir aprendiendo a leer y a escribir, aritmética y habilidades para la vida.

HAY QUE INVERTIR EN EDUCACIÓN

«A medida que las comunidades se recuperan del conflicto, la inversión en servicios como la educación es esencial para la estabilidad a largo plazo y el bienestar de la región y sus niños», ha defendido la directora regional de UNICEF para África Occidental y Central, Marie-Pierre Poirier.

«También instamos a todos los estados a respaldar la Declaración de Escuelas Seguras y poner en marcha mecanismos para que los niños estén protegidos en las escuelas, incluso durante el conflicto», ha añadido la responsable.

Tras más de nueve años de conflicto, en la cuenca del lago Chad hay más de 10 millones de personas, entre ellas 6 millones de niños, necesitadas de asistencia humanitaria pese a que la seguridad ha mejorado. Además, hay 2,4 millones de desplazados.

La denuncia de UNICEF se produce con motivo de la conferencia sobre la región que se celebra entre este lunes y martes en Berlín y que reúne a gobiernos, organizaciones multilaterales e internacionales que busca esencialmente apoyar la continuidad de la respuesta humanitaria.

Fuente de la noticia: http://www.europapress.es/internacional/noticia-violencia-lago-chad-pone-peligro-educacion-35-millones-ninos-20180903144137.html

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Profesores se concentrarán el sábado frente al Ministerio de Educación para defender el Griego y el Latín en las aulas

Europa/España/03.09.18/Fuente: www.europapress.es.

Profesores se concentrarán el sábado frente al Ministerio de Educación para defender el Griego y el Latín en las aulas

Varios colectivos vinculados con las lenguas clásicas han convocado para el próximo sábado 8 de septiembre una concentración, frente a la sede del Ministerio de Educación y Formación Profesional en Madrid, para reclamar al Gobierno que «garantice» la enseñanza de las asignaturas troncales de Griego y Latín dentro del itinerario de Humanidades y Ciencias Sociales en los institutos.

Estas asociaciones, que integran a profesores, padres, madres y alumnos, pretenden que «se facilite la formación de grupos con aquellos estudiantes que estén interesados en cursarlas, con independencia del número de alumnos matriculados y en igualdad de condiciones al resto de materias troncales», según han informado en un comunicado.

La concentración se celebrará a las 12.00 horas del mediodía ante la sede ministerial, en la madrileña calle Alcalá, para defender estas lenguas clásicas en un momento en el que su «pervivencia está seriamente amenazada por la supresión de los grupos de Griego en muchos institutos españoles», aseguran los convocantes.

Estos colectivos denuncian que en algunas comunidades autónomas no se convocan oposiciones de Griego «desde hace más de diez años», y consideran que «la desaparición del Griego» de las aulas «significará, inevitablemente, en un plazo breve, también la del Latín».

La concentración está convocada por la Plataforma Educativa Escuela con Clásicos, junto con la Sociedad Española de Estudios Clásicos, la Sociedad de Estudios Latinos, la Asociación Cultura Clásica, Collegium Latinitatis, la Sociedad Cultural Hispano Helénica, la Sociedad Española de Bizantinística, la Sociedad Hispánica de Estudios Neohelénicos, entre otros.

Todas estos colectivos defienden el Griego y el Latín como artífices de «las bases de la cultura occidental» y del «modelo humanista» de la educación en España, y señalan que países como Francia e Italia «apuestan claramente por el reforzamiento del papel de los clásicos». «No perdamos aquí una batalla que se está ganando en otras partes», proclaman.

«El estudio de Griego ayuda al alumnado a mejorar la expresión oral y escrita no sólo de la lengua propia, sino de cualquier otra que estudie, dado el común origen indoeuropeo de casi todos los idiomas modernos del continente», exponen los convocantes de la concentración, que consideran «inadmisible» que esta lengua desaparezca del Bachillerato.

Por último, estos colectivos admiten que «los titulares tanto del Ministerio de Educación como del de Cultura reconocen el valor de las lenguas clásicas», pero exigen al Gobierno su responsabilidad de «supervisar e intervenir, en su caso, las administraciones autonómicas que incumplen sistemáticamente su propia regulación» sobre la enseñanza de las lenguas clásicas.

Fuente de la noticia: http://www.europapress.es/sociedad/noticia-profesores-concentraran-sabado-frente-ministerio-educacion-defender-griego-latin-aulas-20180903125820.html

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Susana Gisbert: «Toda educación que diferencia entre niños y niñas choca frontalmente con la Constitución

Por Loreto Ochando

Susana Gisbert es fiscal especializada en Violencia Sobre la Mujer. Entró en la sección hace más de diez años cuando se aprobó la Ley Integral y, por consiguiente, la creación de los juzgados especializados. Gisbert es fiscal, madre, escritora, portavoz de la Fiscalía Provincial, feminista y una tuitera empedernida. Utiliza las redes sociales para luchar contra la violencia contra la mujer y en pro de la igualdad lanzando cada día diversos tuits sobre estas materias. Valencia Plaza ha querido entrevistarla para saber qué opina de una lacra que casi ha superado en muertes al terrorismo de ETA.

-¿Qué opina del Decreto Ley del 3 de agosto sobre violencia de género?

-La verdad es que le he dado muchas vueltas y me ha suscitado muchas cuestiones. En cuanto al fondo, me parece adecuado y da un empuje que era necesario para el casi paralizado pacto de estado contra la violencia de género. En cuanto a la forma, y desde un punto de vista estrictamente jurídico, la fórmula del Decreto Ley puede resultar excesivamente forzada. La interpretación del concepto de «extraordinaria y urgente necesidad» puede plantear dudas –aunque es una fórmula ampliamente utilizada sin ninguna reserva en las legislaturas anteriores-. Asimismo, puede plantear dudas la regulación por medio de Decreto Ley de una materia que afecta a la paternidad y filiación, reservada a ley ordinaria. Quizá hubiera sido deseable emplear otra fórmula jurídica que diera lugar al debate parlamentario, pero, lamentablemente, es difícil que en la situación actual se dé el ambiente de consenso respecto a la violencia de género que hubo en 2004 para aprobar la ley integral.

-¿Cree que se va a declarar inconstitucional?

-Aunque no tengo una bola de cristal, creo que, como he dicho, hay cuanto menos varias cuestiones que plantearán serias dudas al respecto, más en cuanto a la forma que en cuanto al fondo.

-¿Se salta la presunción de inocencia?

-Teniendo en cuenta que la presunción de inocencia afecta al ámbito penal, no creo que ésa sea la cuestión. La acreditación de la condición de víctima a que hace referencia se circunscribe ámbitos ajenos al Derecho Penal, cosa que por otra parte se hacía en algunas materias como la Seguridad Social a la hora de conceder una pensión, o en el ámbito laboral. Otra cosa es cómo y por quién se acredite esa condición y que grado de preparación conste para efectuarla.

-¿Existe un problema real con la violencia de género en menores?

-Por supuesto que existe. Es inadmisible y hasta sorprendente que entre los jóvenes de hoy haya más violencia de género que en generaciones anteriores. Aquí hay un problema de educación, y los recortes y la falta de iniciativa para aplicar medidas de educación en igualdad en el ámbito educativo que hemos sufrido durante mucho tiempo son la semilla de la que ahora recogemos los frutos.

-¿Tiene datos?

-No dispongo de datos concretos, pero mi experiencia en el juzgado de guardia de violencia sobre la mujer me constata cada día lo preocupante que es este tema. Tanto en parejas donde ellas son menores de edad y ellos ya han alcanzado la mayoría de edad, como en parejas en las que ambos son menores.

Foto: Estrella Jover

Foto: Estrella Jover

-En una ocasión usted habló de terminar con las subvenciones a colegios que segregan. ¿Sigue opinando lo mismo?

-Sí, Sigo pensando que toda educación que diferencia entre niños y niñas choca frontalmente con lo establecido en la Constitución. Si bien podría admitirse al amparo de la libertad de enseñanza, lo que nunca debe ser es asumirla y financiarla con fondos públicos. Nadie admitiría un colegio público donde solo se admitiera a alumnado de raza blanca, por ejemplo.

-¿Qué opina de las princesas Disney?

-Creo que han hecho mucho daño. El mito del príncipe azul, de la mujer que solo despierta si la besa el príncipe o no tiene más fin en la vida que casarse con él es un modelo que en nada beneficia el empoderamiento de las niñas. Además, nunca he entendido que comer perdices sea un requisito para ser feliz.

-En Twitter es usted una auténtica personalidad. Usted tuitea con nombre y apellido ¿Qué opina de sus compañeros que tuitean con seudónimo?

-Respeto que cada uno use las redes sociales como tenga a bien. Pero creo que es más honesto hacerlo con mi propio nombre, salvo que el anonimato sea por cuestiones de seguridad personal. Como digo siempre, ni tengo nada que esconder ni nada de qué avergonzarme. Y ser fiscal, como ser bombero o tornero fresador, es una profesión más. Ni somos dioses, ni estrellas de cine.

Foto: Estrella Jover

Foto: Estrella Jover

-¿Qué opina de la sentencia de la Manada?

-Lo he dicho otras veces. Respeto, pero no comparto el contenido de la resolución. Al igual que la fiscal del caso, entiendo que a esos hechos probados corresponde anudar la consecuencia jurídica de la calificación jurídica de violación, y no del abuso sexual. Otra cosa es el voto particular, del cual no comparto ni forma ni fondo. Para expresar que no se consideran probados unos hechos, es innecesario descalificar a la víctima.

-¿Y de la de Juana Rivas?

-No soy partidaria de las vías de hecho y, por tanto, creo que su conducta, fruto de un asesoramiento inadecuado, era ilícita. Ahora bien, creo que es una sentencia excesivamente dura y que no ha tenido en cuenta las circunstancias de la investigada. También creo que eran absolutamente innecesarias las alusiones a que las mujeres utilicen las denuncias para lograr supuestos beneficios. Creo que, además, que, en lo que tiene de generalización, esa alusión era improcedente y parece arrojar una sombre de duda sobre todas las mujeres que denuncian malos tratos.

-¿Piensa que las campañas contra la violencia de género están bien enfocadas?

-Pienso que no. Creo que ya es hora de que dejemos de poner el acento en lo que debe hacer la víctima, que bastante tiene con lo que tiene, y desplacemos el foco hacia el agresor y el total reproche al mismo. Y, por supuesto, estimo que deben enfocarse a todas esas personas cercanas a las víctimas que, en muchas ocasiones, miran hacia otro lado.

-Sobre esto último, ¿qué importancia le da a que las familias denuncien?

-Creo que es esencial y que nos queda mucho trabajo en esta dirección. Las familias en muchos casos miran hacia otro lado en pro de una pretendida paz familiar que nada tiene de paz ni de familiar. También es importante que aprendamos a identificar los síntomas, porque muchas veces miramos sin ver.

-¿Falta educación en igualdad? ¿Cómo es posible que las generaciones que se han criado con más libertad sean las que más justifican la violencia contra la mujer?

-Creo que falta muchísimo trabajo en este sentido. Por un lado, se ha bajado la guardia y por otro, ha faltado voluntad política en implantar un modelo transversal de educación en igualdad. No basta con una charla el 25 de noviembre o el 8 de marzo para cubrir el expediente. Es un trabajo de cada día, y no solo en los centros educativos, sino también en los hogares o en los medios de comunicación.

Foto: Estrella Jover

Foto: Estrella Jover

-¿Ha tenido algún problema para ascender en su carrera por el hecho de ser mujer?

-Problema en sí no he tenido ninguno concreto, aunque las dificultades de conciliar la vida personal y familiar siempre entorpecen las carreras profesionales, y casi siempre las de las mujeres. También sigo viendo que se valora más a los hombres que a las mujeres por hacer exactamente el mismo trabajo.

-¿Qué les diría a las feministas que les acusan de no preocuparse por las mujeres debido a la cantidad de casos archivados en los juzgados especializados?

-Pues, como feminista que también soy, las invitaría a ponerse en mi piel. En la jurisdicción penal –que es a la que pertenecen los juzgados especializados- se trabaja con pruebas, no con intuición ni con impulsos. Es muy duro tener que archivar un asunto por falta de prueba pese a la convicción de que esa mujer es víctima, y eso es algo que nos pasa a diario cuando las mujeres se acogen a la dispensa legal que les permite no declarar contra su marido.

-¿Falta perspectiva de género en la Justicia Española?

-Sin duda alguna. No hay más que ver las reticencias para la especialización y formación desde muchos sectores para darse cuenta de ello. Si no se admite el diagnóstico, es difícil atajar la dolencia.

-¿Cómo la implementaría?

-Con formación, tanto en general como, con mayor motivo, en los juzgados especializados. Y con una inversión seria en los juzgados de violencia de género para que todos fueran especializados y no juzgados que tienen añadida a las muchas materias que llevan, la de violencia de género. También quiero añadir que cuando hablo de formación no me refiero solo a conocer las leyes y la jurisprudencia –algo que está al alcance de todos y que se nos presupone- sino a otras materias relacionadas con el modo de tratar a las víctimas.

-¿Qué opina sobre que los juzgados especializados tengan formación específica pero no la Audiencia Provincial y mucho menos los penales?

-Creo que es un fallo tremendo. De nada sirve exigir especialización a quienes instruyen las causas si no se le exige a quienes van a poner las sentencias instruidas por ellos. La ley integral sí que lo preveía, pero en su implementación nos hemos quedado a medias.

Foto: Estrella Jover

Foto: Estrella Jover

-Hábleme de las denuncias falsas

-Creo que es una falacia peligrosísima. Desde determinados sectores existe el empeño en sembrar la duda sobre toda mujer que denuncia, amparándose en una presunción de inocencia del agresor que luego deniegan a la víctima. Que haya una absolución no implica que exista una denuncia falsa, sino que los hechos no se han considerado probados. Hay una estadística bajísima de denuncias falsas que se sigue poniendo en duda porque no conviene a quienes esgrimen estos argumentos. Las víctimas de violencia de género son las únicas víctimas de delito sobre las que se arroja la duda sobre su veracidad con carácter generalizado.

-¿Cree que los medios de comunicación hacen un buen trabajo con la violencia sobre la mujer?

-Pues de todo hay, pero queda mucho camino por recorrer. En general, hay mucha prensa escrita que trata adecuadamente los temas, pero todavía hay titulares que dejan mucho que desear, del tipo «una mujer muere apuñalada y detienen a su marido» como si no hubiera relación de causalidad sino de casualidad. Por otra parte, otros medios distintos a informativos, tales como programas o series de televisión, ofrecen modelos sexistas que son absolutamente inasumibles. No obstante, hay que reconocer la labor de los medios de comunicación que, a partir del asesinato de Ana Orantes, tuvieron mucho que ver en el avance en esta materia. (Una de cal y una de arena)

-¿Nos dejamos algo en el tintero?

-Una cosa por la que siempre abogo. Ni el pacto de estado ni la última reforma lo han abordado, a pesar de que se viene reclamando desde Fiscalía y CGPJ. Hay que reformar el precepto de la Ley de Enjuiciamiento criminal que permite a las mujeres acogerse a la dispensa a declarar contra su marido o su pareja. Más de una muerte de las que nos hemos lamentado venía precedida de una «retirada de denuncia» al amparo de este artículo.

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Entrevista: Carme Torras, «Confío en la unión de persona y máquina”

Por Marta Ricart

Matemática, doctorada en Informática, profesora, Carme Torras puede dar una visión única de la automatización, porque además de investigar sobre robots es una pionera de la roboética, la introducción de aspectos éticos en la creación de máquinas inteligentes. Y por si fuera poco, escribe ciencia ficción. A partir de una novela suya, la editorial del MIT le encargó material para la formación ética de ingenieros y programadores, una preocupación que en los últimos tiempos recorre el mundo de la tecnología.

Carme Torras (Barcelona, 1956) se licenció en Matemáticas, pero le interesaba más cómo funciona el cerebro. Guiada por un libro con predicamento, Cerebros, máquinas y matemáticas, de Michael Arbib, se fue a estudiar con ese científico a la Universidad de Massachusetts (EE.UU.) modelos neuronales para trasladar a la inteligencia artificial. A su regreso, en 1981, como en España no se hacía nada parecido, se recicló en robótica en el Institut de Cibernètica de la Universitat Politècnica de Catalunya (UPC). En su sucesor, el Institut de Robòtica i Informàtica Industrial (IRI, de la UPC y el Consejo Superior de Investigaciones Científicas), en Barcelona, Torras dirige un grupo que investiga, principalmente, los llamados robots asistenciales.

“Confío mucho en la simbiosis persona-máquina, que permite ampliar las capacidades humanas, pero la decisión final debe tomarla la persona”

Podría decirse que Torras tiene una doble vida porque además de estudiar cómo hacer que los robots vean, escuchen, aprendan y hagan determinadas tareas, escribe ciencia ficción (ha ganado varios premios). Ahora, poco, aunque quizás publique un libro de relatos cortos. Una de sus novelas, La mutación sentimental, dibuja un futuro con unos humanos sin emociones y que apenas saben vivir sin sus robots asistentes. Diez años después de publicarse, ha sido reeditada en inglés (The Vestigial Heart) por MIT Press, editorial del Instituto Tecnológico de Massachusetts, que también pidió a la autora que elaborara material didáctico complementario para formar en ética a los ingenieros y los programadores de máquinas inteligentes.

Porque hace años que Torras –que dejó la carrera de Filosofía en el penúltimo curso– trabaja la roboética, aspecto hoy en auge en el mundo tecnológico. Su material (unas 100 páginas, plasmadas asimismo en una presentación) lo usará la UPC también, y otros profesores de distintos países se han interesado. Con él, la experta en robótica plantea reflexionar sobre cómo de humanizados deben hacerse los robots o quién deberá programar los asistentes educativos –los habrá, asegura, robots de refuerzo de los profesores–, entre otros muchos aspectos.

¿Los robots nos dejarán sin empleo?
Espero que no. Pero cambiará el tipo de trabajo que haremos. Los empleos que no desaparecerán son los que requieren empatía, contacto humano, resolver problemas inesperados, adaptarse a situaciones cambiantes… Esto es muy difícil de automatizar. También habrá muchos trabajos que haremos con un asistente robótico. Ya sucede, por ejemplo, en cirugía. Confío mucho en esta simbiosis, la combinación persona-máquina, que permite ampliar las capacidades humanas, pero la decisión final debe tomarla la persona.

¿La progresiva automatización empeorará la especie humana porque iremos dejando de ejercer determinadas habilidades y capacidades?
Es un riesgo; espero que no ocurra. Pero veo que hay quienes utilizan la tecnología para ampliar sus capacidades y conocimientos, para enriquecerse como persona, y quienes la usan sólo como entretenimiento. Surge una fractura entre quienes se benefician de ella y quienes simplemente se dejan llevar, que, y estos sí, perderán capacidades. Con el GPS o Google Maps ya nadie ejercita la orientación espacial ni tiene el plano de una ciudad en la cabeza; la ortografía, la memoria… podrían dejar de ejercitarse. Ahora, también es cierto que se crean nuevas capacidades como atender a muchos estímulos a la vez, me maravilla la gente que es capaz de hacerlo, sobre todo son los jóvenes. Variarán nuestras capacidades tanto psíquicas como afectivas.

“Robots con funciones de ayuda a personas con deterioro cognitivo leve se popularizarán rápido; preveo un plazo un poco más largo para los que impliquen contacto físico, porque exigen
mayor seguridad”

¿Qué mundo vislumbra dentro de 10 años? ¿Cuánto más automatizado?
Bueno, ya empieza a estarlo. La atención vía internet de las empresas, por ejemplo, se ha popularizado en nada, aunque yo considero importante que siempre se pueda recurrir a una persona o hay gente que queda excluida.

¿Qué otro sector se podría automatizar rápidamente? ¿El robot asistencial se extenderá rápido?
Hay aplicaciones que irán muy rápido: personas con deterioro cognitivo leve podrían seguir viviendo solas con ayudas puntuales, para comunicarse, que les recuerden apagar el fogón o tomar la medicación… Nosotros trabajamos con la Fundación ACE (atiende a personas con alzheimer y otras demencias) para avanzar en este campo, y creo que los robots con estas funciones se popularizarán rápido. Serán desde una ampliación de los medallones de ayuda hasta robots que vayan a buscarte las gafas a la habitación… Preveo un plazo un poco más largo para los robots que impliquen contacto físico, pues exigen estándares de seguridad muy elevados: un robot que ayude a vestirse a una persona deberemos asegurarnos que no le dañará el brazo, por ejemplo. Nuestro grupo trabaja en este tipo de robots, que ayuden a vestirse, a comer…

¿Y dentro de 50 o 100 años estará todo automatizado?
¡Es difícil de predecir! Por esto me gusta recurrir a la ciencia ficción, porque te permite diseñar escenarios libremente, el utópico, el distópico, analizar cuál nos conviene más como sociedad, cuál lleva a un mayor bienestar y cuál se debe evitar. Un futuro distópico es el de la película Wall-E, en que los humanos ya no hacen nada, todo lo hacen las máquinas; es una sociedad del ocio absoluto, pero también del vacío. Yo no veo ese escenario de futuro pesimista, pienso que hay mucho talento en la humanidad, inteligencia colaborativa…

Su visión es positiva; si no, no se dedicaría a la robótica, pero ¿qué aportan los robots?
Evidentemente que mi visión es positiva. Veo que nos pueden dar mucho tiempo. Este es un paso más de las revoluciones (agrícola, industrial…) que ha habido para mejorar las condiciones de la humanidad. Ahora no sabríamos vivir sin lavadora. Nos ha dado tiempo para dedicarlo a otras cosas. Para mí, la tecnología tiene este sentido de permitirnos usar nuestro tiempo en cosas que nos enriquezcan y evitarnos las tareas pesadas, mecánicas. Siempre digo que el robot puede ser muy bueno mientras se vea como… por decirlo de alguna manera, un electrodoméstico muy sofisticado, pero nunca un sustituto emocional. El robot que desarrollamos para ayudar a dar de comer a personas que no pueden hacerlo solas lo enseñamos en una residencia geriátrica y nos dijeron que iría perfecto porque a las horas de comer no dan abasto. Imagine que el robot da de comer y el cuidador da conversación. ¿No sería mejor? Y la persona que necesita ayuda también lo puede recibir mejor, no es igual que te acompañe al baño un cuidador o tu hijo que un robot…

¿Los robots deben ser antropomórficos, tener una forma humana?
Sólo en la medida de lo necesario para las tareas que deban realizar. Se diseñan así para que se adapten mejor a entornos donde actúan las personas. Pero no hace falta ponerles una cara de persona que pueda inducir a engaño, sobre todo a menores o a alguien de edad avanzada, que les lleve a pensar “es un ser vivo que se preocupa por mí; ya no necesito a otras personas”. De esto no soy partidaria. Sería nefasto.

“El robot puede ser muy bueno siempre que se vea como… por decirlo de alguna manera, un sofisticado electrodoméstico, nunca como sustituto emocional”

¿Y deben dotarse de emociones?
Es lo mismo. Deben captar las emociones humanas para dar respuestas adecuadas, pero no deben demostrar emociones que induzcan a engaño, que la persona piense que le quiere, que sustituye a otras personas.

Pero robots que se van conociendo y comercializando, en Japón por ejemplo, apuntan a este tipo más humano. 
La cosa no debería ir por ahí…, lo que no quiere decir que no vaya por ahí. Hago la salvedad de un anciano, en una residencia, que tenga un robot que sea como una mascota; es un sustitutivo, sí, pero si no hay nada mejor… Con niños lo veo mal, porque si sólo se relacionaran con aparatos mecánicos no adquirirían la capacidad de empatía. Y si unos padres lo permiten, hacen dejación de sus funciones. En Japón se comercializa un robot niñera, y en la web de la empresa leí que una madre decía estar encantada porque ya no hace falta que acompañe al hijo a la cama y le lea un cuento, que lo hace el robot y ella se dedica a otra cosa. Y dice que el niño está contentísimo. Pues yo soy contraria a algo así.

¿Por qué últimamente salen creadores de tecnología arrepentidos de haberla hecho adictiva o se cuestiona si muchos de los usos de la tecnología son éticos?
La tecnología nos da grandes oportunidades que debemos saber aprovechar, pero tiene unos riesgos. Y como ahora ya está muy extendida, ha llegado a la cotidianidad –las apps y los móviles han sido para mí la gran revolución–, la gente se ha vuelto consciente de que los datos se filtran, que la opinión se puede manipular para unas elecciones… y se interesa por qué principios éticos rigen. En biotecnología o ingeniería genética, sí, pero en la tecnología informática y robótica no se ha trabajado tanto la ética, la legislación, derechos de los usuarios y, en cambio, la tecnología ha penetrado mucho en nuestra vida.

¿Qué principios éticos deberían existir? 
Ya hay algunos. Mi material didáctico, el curso Ética en Robótica Social e Inteligencia Artificial, va en esta dirección de dar pautas sobre qué líneas rojas no se pueden cruzar, qué es deseable… Hay muchas cuestiones abiertas que se deben debatir y no hay una posición clara. Como si los robots deben tener programada una moralidad. Yo creo que se les pueden programar unos principios básicos, pero más allá no habría acuerdo en qué principios morales son válidos universalmente. Porque incluso una misma persona en una u otra circunstancia pensará diferente. Aun así, existen algunos principios: el Parlamento Europeo aprobó que los robots deben tener un botón rojo para desconectarlos si hubiera una disfunción. Otro es no inducir a engaño, sobre todo a colectivos vulnerables. Hay aspectos sobre privacidad: una cosa es que tú cuelgues información personal en una red social y otra que tengas un robot en casa que ve y oye lo que hace y dice la familia y puede difundir esa información. Hace poco salieron unas muñecas conectadas a internet que registraban lo que los niños hablaban…“Hay muchas cuestiones que se deben debatir y no hay una posición clara. Como si los robots deben tener programada una moralidad”

“Hay muchas cuestiones que se deben debatir y no hay una posición clara. Como si los robots deben tener programada una moralidad”

¿No debería haber un debate social o unos organismos encargados de establecer esas líneas rojas? No se pueden mantener sólo los principios de Isaac Asimov de que los robots no dañen a las personas…
Es que son utópicos. Por ejemplo, un coche autónomo ¿debe elegir entre no atropellar a una persona en la calzada y subir a la acera donde puede atropellar a otra? Es un dilema artificial, ficticio, los vehículos incorporarán unas normas básicas de circulación que no podrán saltarse.

Pues ¿cómo resolver los aspectos éticos?
Se trabaja mucho en ello. El Instituto de Ingeniería Eléctrica y Electrónica (IEEE), una asociación mundial, tiene un comité de estándares que impulsa una iniciativa. Hay grupos sobre el entorno laboral, el educativo, el doméstico, la apariencia, las emociones… Cada grupo reúne a profesores universitarios, expertos en robótica, abogados, filósofos, ejecutivos de empresas… y se trabaja en abierto, cualquiera en internet puede aportar ideas. De aquí debe salir un documento de doscientas páginas de líneas rojas y recomendaciones. En Gran Bretaña, otro comité hace algo parecido, en Corea del Sur hicieron unas normas… Se dirigen a creadores de robots y sistemas informáticos y a usuarios. Porque un usuario también puede hacer un mal uso.

Quien programa al robot es una persona…
No necesariamente: ya se usan muchos algoritmos que hacen que las máquinas aprendan de la interacción con las personas. Microsoft puso un chatbot (un programa capaz de simular una conversación humana) en Twitter y a las 16 horas lo retiró porque se había vuelto racista, homófobo, sexista… Lo programaron para dialogar sobre los temas que salían, pero como había usuarios que tuiteaban barbaridades e insultos, el bot les imitó. Todos somos responsables. Nuestras interacciones en la red tienen repercusiones, no son inocuas, y debemos ser conscientes de ello.

¿Pero cómo se controla que un programador no le pase su sesgo racista o machista a la máquina?
Es complicado, sí. Por eso yo, más que en la regulación, creo en la educación y ya hace años que me empecé a preocupar de elaborar materiales éticos para formar a estudiantes de ingeniería, de informática…

“Al extenderse la robótica del sector industrial al de servicios ha crecido el número de mujeres, pero a cierto nivel no somos muchas, no”

Dadas las pocas mujeres que trabajan en este ámbito, igual acabamos teniendo un mundo de máquinas con sesgo masculino…
En los congresos, en las sesiones de robótica social o asistencial, hay más mujeres que en las de pura mecánica. Al extenderse la robótica del sector industrial al de servicios, ha crecido un poco el número de mujeres. Pero sí, en general, la mayoría son hombres, y también en los comités de programas de los congresos. En el 2015 la máxima organizadora del gran congreso anual fue una mujer e hizo un comité sólo de mujeres. Estábamos todas, unas 40, para visibilizar nuestra presencia en la comunidad robótica…

¿En la élite mundial de la robótica sólo hay 40 mujeres?
Pues a cierto nivel, en mi franja de edad, sí… Hay algunas más, más jóvenes, pero no somos muchas, no.

¿Cómo se interesó usted por la roboética?
Hace unos 15 años, la UE convocaba unas reuniones para debatir qué líneas de investigación convenía financiar, buscar ideas innovadoras. Una vez surgió la idea de diseñar robots que fueran autosuficientes, pues una verdadera inteligencia no es tal si no es autónoma. Debían circular libremente, organizarse por sí mismos… Yo pensé: “Como idea de investigación es un reto, pero ¿nos interesa como humanos?” Empecé a darle vueltas y a partir de ahí escribí La mutación sentimental. En parte buscaba definir qué robótica quería yo para las generaciones futuras. En la novela construí una sociedad dentro de 100 años… Recuperé lo estudiado en Filosofía, me documenté sobre ética, me adentré en el tema, empecé a dar charlas…

¿La ficción le sirve para canalizar sus miedos o expectativas sobre la ciencia?
Siempre me había interesado la ciencia ficción, pero empecé a escribir porque es una herramienta que te permite especular. La ciencia y la ficción son para mí áreas de inspiración mutua.

¿Trabaja en una novela nueva? 
No tengo mucho tiempo para escribir; me han concedido un proyecto grande del European Research Council, con una dotación de 2,5 millones de euros y bastante libertad. Se llama Clothilde (Cloth Manipulation Learning from Demonstrations), para manipular ropa con robots. La industria se ha automatizado mucho en lo relacionado con objetos rígidos, pero no con los deformables, cuando el entorno doméstico, por ejemplo, está lleno de ellos. Queremos hacer una teoría general y tres aplicaciones. Una es robots para ayudar a vestirse a personas con problemas de movilidad. Gracias a un proyecto previo, I-Dress, ya tenemos algunos resultados. Luego, en la venta por internet de ropa, la gente compra, se la prueba y la devuelve. La logística para poner de nuevo esas prendas en la cadena de distribución es muy manual, y se trataría de automatizarla más. Y la otra aplicación es sacar ropa de la lavadora, doblarla, guardarla, hacer camas… Clothilde es ahora nuestro mayor proyecto.

“Las normas deben ser para creadores de robots y para usuarios, que también pueden hacer un mal uso… Todos somos responsables. Nuestras interacciones en la red tienen repercusiones”

¿Qué retos tiene la robótica? 
Esta manipulación de objetos deformables. La seguridad en la interacción robot-persona e interpretar la intención de los humanos: si alguien hace un mínimo gesto, ya vemos que irá a la derecha, cogerá algo… los robots aún deben aprenderlo. Y luego está la personalización: un robot vendrá de fábrica con unas habilidades, pero deberá adecuarse a cada usuario, y este no va a ser un programador. Debemos poder instruir al robot por voz, mostrándole qué hacer… y de manera fácil. En esto trabajamos en mi equipo. Hasta que se resuelvan estos aspectos no habrá una expansión masiva de robots asistenciales.

¿Tiene una película de ciencia ficción preferida?
Uso muchos ejemplos en las charlas de ética. Como Un amigo para Frank.

¿A ese escenario vamos? Cada anciano, con un robot asistente… 
Creo que sí. La película es muy divertida porque el robot lo interpreta todo de forma literal. Se dice que los robots no tienen sentido común, pues responden a lo que les ordenen literalmente. Otra película que me gusta es Los sustitutos.

Y me encanta la serie televisiva Black Mirror. Cada capítulo puede ser muy crudo porque lleva aspectos tecnológicos al límite, como el ciberbullying. Respecto a esto, me gusta dar charlas a jóvenes, porque a menudo cuelgan fotos, opiniones en la red y no son conscientes de que puede volverse en su contra, les puede impedir acceder en el futuro a un empleo… Intento que usen internet y las redes sociales con una actitud crítica.

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