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Sierra Leone – Quando la dimensione della persecuzione si intreccia con la povertà

Author: Silvia Peirolo

La Sierra Leone è un piccolo paese nell’Africa occidentale conosciuto per grandi (drammatiche) storie: tratta degli schiavi, guerra dei diamanti, Ebola. Nonostante le ingenti somme ricevute dalla comunità internazionale, la Sierra Leone rimane uno dei paesi più poveri del mondo. Nel 2017, l’Italia ha ricevuto 1101 richieste di protezione internazionale da cittadini sierraleonesi di cui 253 sono state rifiutate. Date le condizioni nel paese, il conferimento dello status di ‘rifugiato’ ai cittadini sierraleonesi – ferma restando la valutazione individuale nel merito di ogni domanda d’asilo – non è più giustificato. Ciononostante, le condizioni di fragilità e di vulnerabilità dei cittadini sierraleonesi permangono tutt’oggi. Qual è il ruolo dell’Unione Europea, e dell’Italia, di fronte alle richieste di solidarietà avanzate da persone non ‘perseguitate’ nel senso stretto del termine, ma in condizioni di estrema fragilità e vulnerabilità? Alcuni potrebbero chiedersi: perché l’Unione Europea si dovrebbe interessare alla Sierra Leone? Ci sono 4513 km in linea d’aria che separano la Sierra Leone all’Italia, non sono sufficienti per ignorare i ‘loro’ problemi? Eppure, nel passato, la futura Unione Europea si è interessata molto alla Sierra Leone, prima per la tratta degli schiavi e poi per le risorse naturali.

Le conseguenze della tratta degli schiavi

Le prime navi portoghesi iniziarono a visitare regolarmente il paese intorno al 1460. L’estuario di Freetown era considerato uno dei pochi porti ‘buoni’ della costa occidentale dell’Africa: vennero così costruiti imponenti scali commerciali lungo la costa e gli europei cominciarono a comprare una merce che nei secoli successivi sarebbe rimasta la più preziosa di tutti: gli schiavi. La tratta degli schiavi non fu, come molti pensano, un invenzione degli europei: esisteva già e rimarrà un’attività importante in Sierra Leone fino alla metà del 19° secolo.

La Sierra Leone esportava moltissimi schiavi. Bunce Island è un’isola che si trova a circa 32 chilometri da Freetown. Sebbene sia molto piccola, grazie alla sua posizione strategica al limite della navigazione per le navi oceaniche, è una base ideale per la tratta degli schiavi. Decine di migliaia di africani furono esportati da Bunce Island verso le colonie nordamericane della Carlona del Sud e della Georgia e sono gli antenati di molti afroamericani degli Stati Uniti.

Mappa di Bunce Island

Fonte: www.yale.eduhitchcock.itc.virginia.edu

Bunce Island è il simbolo di un periodo in cui la Sierra Leone si trasformò in una gigantesca riserva per la caccia all’uomo. Sono stati fatti studi interessanti per capire l’impatto della schiavitù sui paesi africani. L’economista Nathan Nunn, dall’università statunitense di Harvard, sostiene che i territori da cui un tempo proveniva la maggioranza degli schiavi sono ancora oggi i più poveri e violenti. Eppure la tratta degli schiavi è stata abolita ormai più di duecento anni fa, com’è possibile?

Nel 17° secolo all’imperialismo portoghese si sostituì quello britannico. Gli inglesi presero il controllo del paese, fondando nel 1787 la Colonia della Corona Britannica della Sierra Leone, con Freetown come capitale. Il nome ‘Freetown’ (città libera) è ben augurante e voleva essere l’incarnazione della speranza nel futuro di chi era potuto tornare in patria come uomo libero. La capitale sierraleonese venne infatti fondata come un insediamento per gli schiavi che si erano schierati con gli inglesi durante la guerra rivoluzionaria americana. Diventò quindi la destinazione degli schiavi liberati fino al 1885. Anche se originariamente gli schiavi provenivano da tutte le aree dell’Africa, la maggior parte decise di rimanere in Sierra Leone. I discendenti degli schiavi liberati sono quelli che oggi vengono definiti creoli.

La maledizione delle materie prime

Nell’ottocento gli europei costruirono gli imperi coloniali in Africa. Le stive delle navi commerciali non si riempivano più di giovani schiavi, ma di cacao, avorio, caucciù e olio di palma. I commercianti europei dividevano i profitti con un élite africana che era responsabile del controllo del territorio africano. In Sierra Leone, gli inglesi si espansero nell’entroterra promuovendo il commercio e stipulando trattati con capi indigeni. Quando il comportamento dei capi africani non era conforme ai dettami inglesi, intervenivano l’esercito e la marina. Le stesse forze di polizia della Sierra Leone furono fondate nel 1829 dai britannici con l’obiettivo di proteggere gli interessi coloniali. In un certo senso era cambiata la materia prima del commercio ma le dinamiche erano rimaste immutate: questo modello ha caratterizzato il paese anche dopo la fine del dominio coloniale, e persino dopo la conquista dell’indipendenza nel 1961.

Sull’Africa grava una maledizione delle materie prime che si passa di generazione in generazione. Richard Auty nel 1993 usò per la prima volta l’espressione ‘maledizione delle risorse’ per descrivere come i paesi africani, ricchi di risorse naturali, abbiano paradossalmente una crescita economica minore rispetto ai paesi privi di abbondanti risorse naturali. L’idea che le risorse naturali possono essere economicamente più una maledizione che una benedizione lo dimostra la sanguinosa guerra dei diamanti.

L’estrazione e la vendita dei cosiddetti diamanti insanguinati possono facilmente essere descritti come un fattore prolungante della guerra civile protrattasi tra il 1991 e il 2002, come mostra il film Blood Diamonds. Dopo l’indipendenza nel 1961, il nuovo apparato politico sierraleonese si dimostrò debole e incapace di fornire gli elementi necessari al benessere e alla crescita economica e sociale della popolazione, cosicché, quando la guerra civile esplose nel 1991, molti giovani insoddisfatti avevano trovato comprensione nel RUF, il Fronte Rivoluzionario Unito. In questa guerra civile in cui tutti combattono contro tutti, tutti vogliono quei diamanti, che si vendono molto bene negli Stati Uniti e in Europa. Quando ci si trovava a parlare con i mercanti di diamanti nei bar degli hotel per ‘opotu’ (bianchi nella lingua indigena), i commercianti dicevano che trattavano in ‘meloni e banane’. Si riferivano al colore dei diamanti grezzi.

I lavoratori lavorano alla ricerca di diamanti in una miniera gestita dal governo in Sierra Leone. Photo credit: CNN

 

Leggi anche: https://money.howstuffworks.com/african-diamond-trade2.htm

Nel 1999, nel tentativo di promuovere i negoziati tra il RUF e il governo venne firmato l’Accordo di pace di Lomé. L’accordo mirava a portare la pace assicurando a RUF un’amnistia generale e offrendo posizioni governative ai comandanti. Per esempio, al comandante del RUF venne proposta la vicepresidenza e il controllo delle miniere di diamanti del paese, in cambio della cessazione dei combattimenti. 
Il 19 gennaio 2002, il presidente dichiarò: “war don don”: la guerra è finita. Il bilancio è tragico. 2,6 milioni di sfollati, 50.000 morti, 257.000 vittime di abusi sessuali, 250.000 bambini soldato, 11 capi di accusa per l’ex-Presidente della Liberia, 17.000 caschi blu inviati sotto la cosiddetta “politica di riconciliazione nazionale”. Ishmael Beah, ex-bambino soldato diventato celebre scrittore di Memorie di un soldato bambino, ha avuto l’incredibile fortuna di sfuggire alla guerra dei bambini e, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, ha raccontato la sua storia. Eppure la guerra non ha colpito solo la generazione di Ishmael. Le vittime della guerra non sono solo quelle uccise o mutilate durante il conflitto, ma anche le successive generazioni che vivono sulla propria pelle le terribili condizioni della ricostruzione. La guerra ha avuto un impatto significativo sull’economia, sulla governance, sulla società civile, sull’ambiente, sulla salute e sul sistema educativo, i cui risultati si vedono ancora oggi.

I rifugiati sierraleonesi: da dopo la guerra ad oggi

La guerra civile ha costretto alla fuga circa due milioni di persone, soprattutto in Guinea e in Liberia. Con il ritorno degli ultimi dei circa 280mila rifugiati sierraleonesi rimpatriati dalla fine della guerra civile, si è concluso nel luglio 2004 l’imponente programma di rimpatrio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Sempre secondo l’UNHCR, nel 2008, le condizioni in Sierra Leone erano tornate alla normalità. Di conseguenza, l’UNHCR ha consigliato agli stati di non concedere più lo status di rifugiato ai cittadini sierraleonesi – ferma restando la valutazione individuale nel merito di ogni domanda d’asilo – poiché le cause che avevano portato all’attribuzione di tale status in passato hanno cessato di esistere. Considerando i cambiamenti importanti e permanenti avvenuti nel paese, il conferimento dello status di ‘rifugiato’ ai cittadini sierraleonesi non è più giustificato.

Il grafico rappresenta l’andamento delle domande di asilo da parte di cittadini della Sierra Leone dal 2000 al 2017. La prima riga azzurra rappresenta il numero totale di domande di asilo. In verde è indicato il numero di richieste accettate e in rosso le domande respinte. È chiaro da subito che le domande di asilo si sono drasticamente ridotte dal 2001, per poi leggermente aumentare negli ultimi anni.

Domande di asilo da cittadini della Sierra Leone dal 2000 al 2017

Fonte: https://www.worlddata.info/africa/sierra-leone/asylum.php

In Italia, nel 2017, 1.101 cittadini sierraleonesi hanno richiesto protezione internazionale. 23 domande sono state accettate, 253 rifiutate. Delle altre 825 domande di asilo non si sa ancora nulla. Tralasciando l’assurdità della lentezza dei procedimenti che lasciano la vita di 825 persone in sospeso per mesi, quelle 253 domande di asilo rifiutate aprono una riflessione. Paolo Naso, docente di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma, sostiene che i ‘migranti’ che arrivano oggi in Italia, non sono né migranti economici né rifugiati politici, ma entrambe le cose. La distinzione tra richiedente asilo e migrante economico appartiene ad un periodo storico passato, quello del muro di Berlino e della guerra fredda. Il rifugiato era perseguitato a livello individuale, come ad esempio un dissidente anti-comunista.

Nell’epoca attuale le persecuzioni sono più collettive, sono fatti di massa: dalla crisi ambientale, alla povertà economica, al cosiddetto state failure. Oggi dividere i due aspetti è impossibile. Da qui la debolezza delle politiche che semplicisticamente affermano: “sì ai rifugiati politici, no ai migranti economici”.

I sierra leonesi che richiedono protezione internazionale in Italia riflettono perfettamente questo concetto. La Sierra Leone ha storicamente affrontato episodi di violenza e di conflitto, con una decennale guerra civile che ha distrutto il paese. Eppure, oggi c’è qualcosa che uccide tanto quanto le guerre e le epidemie: la povertà. In Sierra Leone – 181esima su 186 posti nella graduatoria dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite – il 57% della popolazione vive con poco più di un dollaro al giorno, l’aspettativa di vita è di 50 anni, 161 bambini su 1.000 muoiono prima di raggiungere i 5 anni di età e 1 donna su 100 muore partorendo. Oggi la dimensione della persecuzione, della sofferenza, s’intreccia con quella della povertà.

Considerazioni conclusive

Quello che serve oggi all’Unione Europea non solo nuove politiche di respingimento o di accoglienza-integrazione dei migranti, non sono dibattiti sulla condizione di solidarietà tra gli Stati membri sul piano finanziario o sulla redistribuzione dei migranti e delle loro famiglie secondo precisi standard.

La domanda che dovremmo porci è: Quale potrebbe e dovrebbe essere la risposta dell’Unione Europea alle richieste di solidarietà avanzate da persone in condizioni di estrema fragilità e vulnerabilità?

Le cause di fragilità e vulnerabilità nei paesi di origine non sono un problema ‘loro’, ma un problema ‘nostro’. Quando ci dimentichiamo questo dettaglio, ricordiamoci che è stata la futura Unione Europea ad avere un ruolo centrale nel colonialismo, che ha saccheggiato paesi dalle proprie ricchezze naturali e sottomesso popoli mantenendo dittatori sanguinari. Sono state due potenze alla base dell’Unione Europea a ridisegnare la carta geografica mondiale con gli accordi di Sykes-Picot, inventando stati, e cancellando, prima con una matita e un righello, e poi con le armi, comunità intere. E, se vogliamo guardare ancora più vicino, l’Italia, nel periodo che va dal 1993 al 1997, è stato il principale fornitore di armi leggere ed esplosivi alla Sierra Leone. Secondo i dati del commercio estero Istat, nei primi undici mesi del 1997 sono stati venduti circa 1.600.000 bossoli per fucili.

Abbiamo preso le persone, quando ci faceva comodo. Abbiamo preso le risorse naturali, quando ci faceva comodo. Abbiamo venduto le armi, quando ci faceva comodo. E ora che cosa ci fa comodo?

Silvia Peirolo
Agosto 2018

Fonti consultate:
Baker, B. (2008). Beyond the Tarmac Road: Local Forms of Policing in Sierra Leone & Rwanda. Review of African Political Economy, 35(118), 555-570.

Baker, B., May, R. (2004). Reconstructing Sierra Leone. Commonwealth & Comparative Politics, 42(1), 35-60.
Berghs, M. (2010). Coming to terms with inequality and exploitation in an African state: Researching disability in Sierra Leone. Disability & Society, 25(7), 861-865.

Berghs, M. (2011). Embodiment and emotion in Sierra Leone. Third World Quarterly, 32(8), 1399-1417.

Berghs, M. (2016). War and embodied memory: Becoming disabled in Sierra Leone. Routledge.Berghs, M., & Dos Santos-Zingale, M. (2011). A comparative analysis: everyday experiences of disability in Sierra Leone. Africa Today, 58(2), 18-40.
Boas, M. (2001) Liberia and Sierra-Leone: Dead Ringers? The Logic of Neopatrimonial Rule, Third World Quarterly, Vol. 22, Issue 5, pp. 697 – 723
LA VOCE di Ferrara Comacchio, Aprile 2000, pag.2
Simoncelli, M. (2001) Armi leggere guerre pesanti. Il ruolo dell’Italia nella produzione e nel commercio internazionale, Rubbettino Editore, 190-192

Sull’autrice
Laureata in Scienze Internazionali dello sviluppo e della cooperazione all’Università di Torino (Italia) e in Scienze internazionali con una specializzazione in Aiuto Umanitario all’Università di Wageningen (Paesi Bassi). Si interessa alle questioni legate alla migrazione, ai diritti umani e alla difesa e sicurezza con un focus geografico sull’Africa. Parla fluentemente inglese e francese.

Fuente: http://www.meltingpot.org/Sierra-Leone-Quando-la-dimensione-della-persecuzione-si.html#.W2wz2NJKjMw

 

 

 

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Hacia una educación emancipadora

Si existe un proyecto de Patria Grande, ese debe incluir las dimensiones político educativas y pedagógicas.

Por Pablo Imen

Entre el 12 de octubre de 1492 y el 9 de diciembre de 1824 se libró una larga guerra de resistencia contra la conquista española en Abya Yala. La barbarie de esta empresa fue su rasgo más notorio, de la que cabe destacar al menos tres rasgos siniestramente relevantes. Primero, un genocidio sin antecedentes; segundo, un gran latrocinio que constituyó la base material originaria del capitalismo; y en tercer lugar, el colonialismo.

En esta empresa la violencia y el crimen han sido política del Estado absoluto español, y hay múltiples registro de oposiciones de toda índole, especialmente de carácter militar: desde los territorios defendidos eficazmente por los Caribes hasta los levantamientos de Tupac Amaru o Tupac Katari. La Revolución Negra de Haití —triunfante en 1804— es otro hito que alguna vez deberá ser reconocido por su relevancia, tanto en la campaña del propio Bolívar como por su significación política y cultural.

En mayo de 1809 se producía un levantamiento en Chuquisaca y sus líderes proclamaban: «Hasta aquí hemos tolerado esta especie de destierro en el seno mismo de nuestra patria, hemos visto con indiferencia por más de tres siglos inmolada nuestra primitiva libertad al despotismo y tiranía de un usurpador injusto». La indiferencia denunciada es materia de controversia —por cuanto hubo registro de gran cantidad de levantamientos contra la dominación española— en todo caso quedan dos cosas claras. Una remite a la voluntad inquebrantable de luchar para ser libres o morir. No fueron discursos, sino hechos.

Un segundo aspecto es el carácter continental de la lucha independentista. Pero esa unidad era del sur, sin EEUU. En carta del 5 de agosto de 1829 Bolívar escribía: «los Estados Unidos (…) parecen destinados por la Providencia para plagar la América de miseria en nombre de la libertad». (1) Complementaba su maestro Simón Rodríguez: «…la sabiduría de la Europa y la prosperidad de los Estados-Unidos son dos enemigos de la libertad de pensar…»(2).

La emancipación se proponía terminar con siglos de dominación colonialista y fundar Pueblos y Repúblicas. A su muerte, Bolívar planteó amargamente la derrota —transitoria— de su proyecto al advertir que «he arado en el mar».

Un nuevo escenario

Siguieron casi dos siglos de fragmentación entre nuestros países hasta que en 1998 —con el triunfo de Hugo Chávez en Venezuela— se abrió un nuevo escenario continental. Los primeros años del siglo XXI produjeron enormes avances de la unidad regional, bajo la advocación del Bicentenario de la Emancipación Nuestroamericana que veía ahora la posibilidad de retomar, en nuevos contextos, aquél proyecto de Patria Grande.

Si existe un proyecto de Patria Grande, tal configuración debe incluir múltiples dimensiones, entre otras la político-educativa y pedagógica.

Tal construcción no puede prescindir de la diversidad intensa que caracteriza a la región, y requiere al menos dos tareas simultáneas: recuperar el legado pedagógico del pasado y sistematizar, organizando, los acervos del presente.

En relación a lo primero, es preciso recuperar la memoria de quienes nos antecedieron y que plantearon —a partir de experiencias concretas— los atributos de una educación nuestroamericanista. La capacidad de pensar con cabeza propia, el desarrollo integral de la personalidad, configurar ciudadanos-gobernantes, formar para el trabajo liberador; articular la educación con la cultura, la política y la economía, contribuyendo a crear un modelo pedagógico endógeno, etc. Tales ensayos se pudieron desplegar parcialmente a lo largo de siglos y deben ser leídos de modo irreverente, no dogmático, traduciendo sus elementos vigentes para las actuales circunstancias.

Pero un segundo carril de esa construcción colectiva parte de las realidades educativas existentes y de los colectivos educadores que serán la fragua de esa pedagogía propia. Es preciso que quienes ejercen la tarea pedagógica avancen en procesos de construcción conceptual y metodológica sobre su práctica —una labor de investigación-acción participativa—, que tales hallazgos a su vez sean procesos formadores de nuevos modos de trabajo de enseñar, que sean comunicados de múltiples modos y que tales formatos, propuestas y concepciones se puedan manifestar en formas organizativas que permitan una expansión sostenida de ese proyecto político educativo y pedagógico pendiente.

Frente al «apagón pedagógico neoliberal» —que se propone sustraer del debate toda discusión sobre para qué y cómo educar— resulta imprescindible no solo resistir un modelo inaceptable e inviable sino construir verdaderas alternativas contrahegemónicas.

Hay una idea de «calidad educativa» defendida por el mainstream pedagógico oficioso y oficial que la reduce a los resultados de operativos estandarizados de evaluación. Tal definición supone no sólo aquello que los y las educandas deben aprender sino lo que las y los educadores deben enseñar.

El esquema de conocimientos elaborados por expertos, traducidos por manuales, embutidos por docentes enajenados en cerebros vacíos de estudiantes constituye una política educativa y un modelo pedagógico intolerable. Sin conocerlo en detalle, Simón Rodríguez cuestionaba esa concepción hace casi dos siglos: «En prueba de que con acumular conocimientos, extraños al arte de vivir, nada se ha hecho para formar la conducta social – véanse los muchísimos sabios mal criados, que pueblan el país de las ciencias». (3)

Se trata, así, de contribuir desde la educación a la construcción de un mundo igualitario, diverso y democrático pues el actual orden hace imposible la vida en el planeta. Es claro que la educación no cambiará por sí sola el mundo pero, al decir de Paulo Freire, «cambiará a los hombres y mujeres que cambiarán el mundo». Esa tarea, a la que los y las educadoras nos abocamos desde que la barbarie monárquica nos convirtió en próspera colonia, está pendiente pero en desarrollo: de Simón Rodríguez a Carlos Fuentealba, contingentes de maestros y maestras resisten las políticas educativas neocoloniales mientras construyen una pedagogía propia, emancipadora y nuestroamericana. Nuestros Pueblos y nuestras maestras y nuestros maestros movilizados son una razón para la esperanza y para la acción.

(*) Centro Cultural de la Cooperación Floreal Gorini.

(1)Bolívar, Simón. «Independencia, soberanía y justicia social en el pensamiento del libertador Simón Bolívar». Selección de textos y comentarios de Vladimir Acosta. Fondo Editorial Darío Ramírez- PDVESA, 2ª Edición, Caracas, 2010, pág. 155.

(2)Rodríguez, S. «O inventamos o erramos», En «1840. Luces y Virtudes Sociales». Biblioteca Básica de Autores Venezolanos, Monte Avila, Editores Latinoamericanos, 1ª Reimpresión 2008, Caracas, pg. 65 .

(3) Sociedades Americanas, p. 41.

Fuente: https://www.lacapital.com.ar/educacion/hacia-una-educacion-emancipadora-n1651727.html

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La indagación como estrategia pedagógica para la enseñanza de las ciencias sociales

Nancy Palacios Mena

Contextualización

El punto de partida de la experiencia fue el cuestionamiento ¿Qué estrategias pedagógicas pueden favorecer el desarrollo de competencias, y el conocimiento del entorno inmediato de los estudiantes? La propuesta pedagógica se viene implementando desde el año 2010, y ha sido denominada “la indagación como estrategia pedagógica para la enseñanza de las ciencias sociales”; el campo de acción de la experiencia han sido los grados 8° y 9° de la Institución educativa Santa de los Caballeros, se tienen como objetivos, identificar los elementos que hacen de la indagación una estrategia pedagógica, incorporar la indagación en las actividades didácticas de aprendizaje de las ciencias sociales, y fomentar el desarrollo de competencias como la interpretación, la argumentación, la proposición y las competencias ciudadanas. Santa de los Caballeros es un establecimiento educativo oficial, mixto, ubicado en Ansermanuevo, municipio del norte del  Valle del Cauca con 19.836 habitantes aproximadamente, tiene entre sus actividades económicas el cultivo del café, maíz, caña de azúcar, Fríjol, yuca, plátano y banano. Hay algunos trapiches paneleros y fábricas dedicadas a la producción de ladrillos y tejas para la construcción de viviendas, también es una importante fuente de subsistencia para la población la actividad artesanal del calado y el bordado de prendas de vestir. Esta experiencia intenta ser una estrategia pedagógica innovadora para el aprendizaje de las ciencias sociales en el aula y fuera de ella, puesto que parte de los aprendizajes previos y de los intereses de los estudiantes, de su experiencia, de su vida cotidiana y apunta al desarrollo de conocimientos científicos propios de las ciencias sociales; se busca que los estudiantes desarrollen habilidades, como interpretar, argumentar, describir, observar, proponer, recoger y sistematizar información sobre fenómenos y hechos sociales; todo esto, bajo la premisa que se contribuirá a la formación de ciudadanos cada día más interesados en la mejora y transformación de su realidad social.

El trabajo pedagógico descansa sobre cuatro pilares: el desarrollo de las habilidades de indagación, el desarrollo de competencias básicas, se parte del interés y los saberes previos de los estudiantes, y se centra el aprendizaje en los problemas del entorno inmediato de los jóvenes, teniendo en cuenta su relación con espacios geográficos más lejanos. Las actividades de enseñanza y aprendizaje se articulan alrededor del diseño, implementación y evaluación de una unidad didáctica, dicha unidad se construye alrededor de dos ejes. El primer eje, es el desarrollo de una guía de aprendizaje que contiene tres tipos de actividades: las actividades de iniciación o exploración, recogen las ideas previas de los estudiantes, consideradas fundamentales para potenciar la formación de nuevos aprendizajes; las actividades de construcción de conceptos, están encaminadas a acopiar información significativa para la apropiación  conceptos propios de las ciencias sociales, estas actividades también son útiles para generar contrastes entre los nuevos conceptos y las ideas previas que los estudiantes expresaron en las actividades de iniciación o exploración; las actividades de aplicación y de refuerzo de conceptos están orientadas a incentivar la reestructuración conceptual por parte de los estudiantes (Arias, 1994); las actividades de aplicación y refuerzo orientan la construcción de los contenidos conceptuales, procedimentales y actitudinales que se han introducido con las otras actividades; buscan la ampliación, cambio, o sustitución de las concepciones que el estudiante tenía al principio, por tanto es clave la construcción de conclusiones, nuevas hipótesis, modelos y respuestas que den solución al problema planteado en el segundo eje, los estudiantes con el acompañamiento permanente de la maestra llevan a cabo ejercicios de indagación siempre sobre las condiciones de vida de su comunidad y sus problemáticas, en tres etapas formulación, desarrollo y presentación de  resultados, con este eje, la propuesta pedagógica apunta al componente de los estándares básicos de competencias denominado aproximación al conocimiento como científico social. Durante el tiempo de implementación de la propuesta los estudiantes han indagado sobre historias de vida, transformación de espacios geográficos, actividades económicas, problemáticas actuales de la comunidad, del colegio y de sus familias en diferentes áreas. Se cuenta con un amplio archivo impreso y audiovisual de gran parte de los trabajos que los estudiantes han realizado.

Como antecedentes teóricos iniciales se tuvo en cuenta algunos planteamientos de Ignacio Pozo, Francisco Cajiao y Diego Hernán Arias. Pozo (2000) y Arias (2005), destacan que el desarrollo de actividades pedagógicas desde la aproximación al conocimiento científico es una vía para que los estudiantes accedan a formas de conocimiento que por sí mismas le serían ajenas o muy distantes, esta reducción entre la distancia del campo científico y el estudiante o entre el conocimiento cotidiano y el científico, genera una acción pedagógica en la que los jóvenes son partícipes de las metas de aprendizaje. Francisco Cajiao (1989), resalta que el objetivo de la enseñanza de las ciencias sociales es lograr que la persona sea capaz de hacer una reflexión comprensiva acerca de su acontecer individual, inmerso en su entorno social, resultado de un proceso histórico a lo largo del cual los grupos humanos han construido formas de organizarse, relacionarse, ubicarse, amarse, defenderse, expresarse, producir e interpretar la realidad, proceso que tiene sentido en cuanto permite intervenir como persona y como colectividad en la modificación de las condiciones de la vida heredadas, con el fin de ser protagonistas en la construcción de nuevos modelos sociales y culturales. En consecuencia con los dos planeamientos anteriores, Arias sugiere que el objetivo de las ciencias sociales es la construcción gradual en el contexto de la escuela de un tipo de conocimiento válido, y pertinente y de unos procedimientos reconocidos para acceder a la realidad social, conocimientos y procedimientos que podrían orientar y dar sentido a otros conocimientos más específicos utilizados por los estudiantes (Arias 2005), desde la indagación en el aula se garantiza la transferencia del conocimiento aprendido en la escuela a conocimientos vitales cotidianos, que tienen los estudiantes.

Los referentes metodológicos de la experiencia pedagógica son los estándares básicos de competencia de ciencias sociales y de competencias ciudadanas publicados por el Ministerio de Educación Nacional de Colombia en el año 2004. Los estándares de ciencias sociales destacan que los estudiantes deben aproximarse al conocimiento científico social, desde la aplicación de ejercicios de indagación que tengan actividades que les permitan la construcción de conceptos y desarrollo de competencias; los estándares de competencias ciudadanas señalan que las competencias para el ejercicio de la ciudadanía representan habilidades y conocimientos necesarios para construir convivencia, participar democráticamente y valorar el pluralismo (MEN, 2004), el punto de referencia de lo que están en capacidad de “saber y saber hacer”, en cada una de las áreas y niveles.

Fundamentación de la experiencia pedagógica

Esta propuesta pedagógica concibe que el aprendizaje de las ciencias sociales en la escuela secundaria está estrechamente ligado a la experiencia de los estudiantes, por ello, tiene como punto de partida las ideas previas que estos han construido sobre su medio social, que si bien pueden ser expresados de forma desordenada y sin mucha conexión y articulación, les sirven para responder a sus necesidades y actuar en su medio (Benejam, 1998). Estos esquemas conceptuales previos, tienen una lógica y resultan útiles y operativos en el proceso de construcción de nuevos conocimientos. Se parte del principio que las concepciones de los estudiantes están en constante evolución, se construyen en la interacción con su medio, en su cotidianidad, y pueden proporcionar claves de interés para favorecer el proceso de construcción de cualquier nuevo aprendizaje; Arias (2005), plantea que sin identificación de esas primeras concepciones no es posible construir conceptos y la modificación de estructuras cognitivas, en consecuencia, estos conocimientos previos son potenciadores de formulación de preguntas y construcción de hipótesis sobre la formas de vida, las problemáticas de los entornos inmediatos de los estudiantes.

Las ciencias sociales no solo se interesan por saber qué son las cosas y cómo son, sino que construyen un discurso orientado a la comprensión de las personas, los grupos humanos, los hechos y los fenómenos. Las ideas anteriormente planteadas son reforzadas por Joan Pajés (1998), cuando afirma que el currículo de ciencias sociales propone que los estudiantes de secundaria adquieran conceptos, procedimientos, y actitudes para comprender la realidad humana del mundo en que viven y cuando afirma, que para alcanzar esta finalidad el currículo prescribe en sus objetivos generales y en sus criterios de evaluación, el desarrollo de capacidades tales como analizar, comprender y enjuiciar problemas sociales, valorar críticamente el entorno próximo y lejano, manejar críticamente la información, analizar fenómenos y procesos sociales, asumir una posición crítica ante determinados hechos y procesos sociales. El trabajo que se ha venido realizando ha tenido como objetivos: conocer la manera como los estudiantes de 8° y 9°costruyen el conocimiento, sus estructuras cognitivas y las dificultades de aprendizaje que tienen, para posteriormente, diseñar en implementar actividades que favorezcan el desarrollo de competencias en ciencias sociales.

En la unidad didáctica la evaluación tiene una doble función, resignificar permanentemente las actividades de aprendizaje, y diagnosticar si los estudiantes construyen o no conocimientos y la forma en que lo hacen. Al finalizar la unidad la docente y los estudiantes diligencian formatos de autoevaluación y coevaluación, según unos criterios establecidos en el sistema de la evaluación de la Institución Educativa. En la autoevaluación los estudiantes se dan una valoración de acuerdo a los desempeños que han tenido en el componente académico y la convivencia escolar; la coevaluación es una valoración que da la maestra teniendo en cuenta los mismos criterios de la autoevaluación. Finalmente la unidad didáctica incluye un documento para registrar las actividades que la docente y los estudiantes van desarrollando, se hace énfasis en la descripción del proceso pedagógico, las dificultades de aprendizaje, los aciertos y los desaciertos en la orientación de los alumnos. Para hacer el seguimiento y la flexión pedagógica, se han implementado dos formatos, uno para grado 8° y otro para grado 9°, con ellos, se pretende ir dejando huella, de lo que va ocurriendo en el desarrollo de cada una de las unidades.

Entre los principales logros de la experiencia se pueden citar los siguientes: ha sido sistematizada como una experiencia pedagógica significativa y valorada en el nivel de practicante, en el portal Colombia aprende del Ministerio de Educación Nacional, ha sido reconocida y valorada como innovadora en un foro municipal y en un foro departamental donde se presentaron otras experiencias, la docente que la lidera ha recibido múltiples reconocimientos de la Alcaldía Municipal y de la Institución educativa por su labor. Las autoridades del municipio y su gente del común reconocen la experiencia, pues dentro de los ejercicios de indagación que realizan los estudiantes Alcaldes, fuerza pública, Concejales, funcionarios del hospital, y de otras instituciones, así como líderes comunitarios han sido entrevistados y consultados. Como resultado de la reflexión pedagógica que ha generado la experiencia, la docente ha participado en el XII y XIII, Coloquio internacional de GEOCRITICA, realizados en Bogotá y en Barcelona en 2012 y en 2014, sus ponencias han sido: Los estándares de competencias ciudadanas en Colombia en los libros de texto, y La unidad didáctica: el aprendizaje del entorno y sus problemáticas. La primera ponencia fue seleccionada y publicada en SCRIPTA NOVA, revista de geografía y ciencias sociales de la Universidad de Barcelona. Una primera versión del texto sobre la construcción de unidades didácticas fue publicada en el 2012, en el portal del GEOGORO IBEROAMERICANO DE EDUCACIÓN, espacio de recursos didácticos, gracias a esta publicación la docente recibió comentarios que retroalimentaron la propuesta de estudiantes de licenciatura y docentes de universidades de España, Portugal, Brasil, Chile, Colombia. Entre los ejercicios de indagación que los estudiantes han realizado, se destaca una reconstrucción histórica de los barrios de Ansermanuevo que fue entregada al Centro de Historia del Municipio, este documento ha sido considerado por dicho centro como un valioso punto de partida para un trabajo más amplio que está en curso en este momento.

Fuente: https://compartirpalabramaestra.org/protagonistas-del-premio/2015/la-indagacion-como-estrategia-pedagogica-para-la-ensenanza-de-las

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La pedagogía de contrato

Gilberto Guevara Niebla

La enseñanza y el aprendizaje suceden sobre la base de circunstancias dadas o implícitas: se asume que tal cosa debe enseñarse, de tal o cual modo, en ciertos tiempos y en determinados espacios. El maestro modula esas circunstancias al enfrentarse al grupo de clase, pero el alumno resta como un actor pasivo, no se le permite opinar sobre los términos en que habrá de desarrollarse el proceso educativo.

La pedagogía de contrato ofrece la oportunidad de que el estudiante, ayudado de su familia y sus educadores, sea capaz de decidir el camino que debe seguir en su aprendizaje. Es decir, hasta cierto punto él se hará cargo de su propia formación. ¿Cómo puede darse esto? A través de un contrato pedagógico.

El contrato es una convención, un acuerdo, en donde dos o más personas adquieren compromisos sobre la base de obligaciones recíprocas. En el contrato pedagógico las personas involucradas son el maestro y el alumno. Estas dos personas adquieren, mediante el contrato, un compromiso mutuo para realizar determinadas actividades.

¿Cuáles son los temas objeto del contrato? Todos los elementos que intervienen en la enseñanza y el aprendizaje: los objetivos a alcanzar, los contenidos que se enseñan, las actividades —y, en general, los métodos de enseñanza—, los ritmos y tiempos del trabajo escolar, los espacios, los materiales, el equipo, las formas de evaluación, etc., etc. Todas las circunstancias que intervienen en el proceso educativo son contratables.

Los límites del contrato pedagógico son claros: no se pueden pasar por alto las normas curriculares, los reglamentos de la escuela o las leyes que rigen en la sociedad. Pero su margen de acción es, si se observa, muy amplio. La pedagogía de contrato permite organizar las situaciones de aprendizaje mediante el diálogo y el acuerdo previo de maestros y alumnos para alcanzar objetivos cognitivos, metodológicos o de comportamiento.

En realidad, si se observa bien, en la relación maestro-alumno siempre existe un contrato, pero generalmente éste es implícito. El contrato se hace explícito cuando alumnos y alumnas intercambian opiniones con el maestro, comentan sus necesidades, sus sentimientos, sus proyectos y deciden juntos la manera de llevarlos a cabo y los mecanismos de la evaluación.

El primer sentido de esta pedagogía es promover el desarrollo del alumno como ser libre, es decir, que sea responsable de sí mismo y de llevar su vida de forma autónoma. El contrato permite que el alumno exprese sus ideas, tome decisiones, actúe responsablemente y utilice sus facultades para acceder a nuevos saberes mediante el pensamiento, el razonamiento, la imaginación, la creatividad, la pasión y la energía.

Por otro lado, se trata de ajustar el proceso de enseñanza-aprendizaje a los intereses del alumno, tomar en cuenta su proyecto personal, sus anhelos, sus conocimientos y aptitudes. Es una pedagogía personalizada o individualizada pero que parte del alumno y sus deseos e inclinaciones. Esta condición es una fuente extraordinaria de motivación e imprime un dinamismo impresionante al proceso educativo.

El contrato pedagógico es, por otra parte, un instrumento de pedagogía diferenciada porque permite dejar atrás el modelo de “lección única para todos” y la diferenciación de procesos de aprendizaje. Los alumnos persiguen los mismos objetivos, pero lo hacen con ritmos y procesos definidos de acuerdo a las decisiones acordadas para cada uno.

Hay una amplia literatura sobre esta materia, pero yo recomiendo la obra Pedagogía de contrato de Halina Przesmycki, Grao, Biblioteca del aula, 2000).

Fuente: http://www.cronica.com.mx/notas/2018/1089626.html

Imagen tomada de¨http://3.bp.blogspot.com/-Exxch1tK6TE/VP7WmeVNmsI/AAAAAAAABK0/mTSG9uZeUzA/s1600/contrato.jpg

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Descolonizar la gobernanza de Internet. Algunas reflexiones después de #DecolonizingtheInternet y #lacigf11

En los últimos cinco años, los reportes sobre conectividad en el mundo muestran impresionantes avances: los informes de la Unión Internacional de Telecomunicaciones (UIT) registran un aumento del 9% y del 20% anual de las suscripciones a banda ancha fija y móvil respectivamente, y este crecimiento es más fuerte aún en el sur global.

A la vez, conforme avanzan los niveles de acceso a la red, aumenta la preocupación por la brecha digital persistente. Con un 51% de la población con acceso a internet, la gran pregunta parece ser: ¿cómo se conectará la “segunda mitad”? Considerando en esta segunda mitad muy especialmente a la población rural y de las periferias urbanas, a los pobres y a las mujeres de los países con marcadas brechas de género.

La construcción de indicadores de conectividad en el mundo viene acompañada de un discurso de progreso. Un discurso que habla de expansión de los negocios, modernización del Estado, aumento del empleo, acceso a las finanzas, transformación de la educación y globalización de la oferta de cultura y entretenimiento. Parece que internet es la puerta de entrada de las condiciones de desarrollo, hacia la que hay que traer a la población «offline» que todavía vive en un mundo desconectado, apagado, apartado de estas oportunidades de progreso.

El discurso de progreso y el acceso a internet

En este artículo propongo reflexionar críticamente sobre el discurso de progreso o desarrollo lineal, después de participar en la primera conferencia Descolonizar internet , en Ciudad del Cabo, y más tarde, seguir por streaming la 11º edición del Foro de Gobernanza de Internet, región América Latina y Caribe (LACIGF) que tuvo lugar en Buenos Aires. El eje de mi reflexión es cómo un marco de pensamiento descolonial permitiría repensar la gobernanza global de internet, un asunto que se ha ampliado con el tiempo y que no se refiere únicamente a las cuestiones técnicas, sino a aspectos profundamente políticos. Cuando se discuten asuntos como las regulaciones que afectan a internet, la neutralidad de la red, el uso de los datos y contenidos, ¿qué internet se discute? ¿internet de quiénes y para quiénes? ¿Qué internet es la que se está promoviendo para el 49% todavía no conectado?

Mi reflexión es cómo un marco de pensamiento descolonial permitiría repensar la gobernanza global de internet, un asunto que se ha ampliado con el tiempo y que no se refiere únicamente a las cuestiones técnicas, sino a aspectos profundamente políticos

La brecha digital, así como toda brecha de desarrollo, no se da en un camino lineal de progreso, donde hay una meta final a alcanzar y solamente hace falta impulsar la transición de las naciones menos adelantadas. En cambio, la incorporación de nuevos territorios y poblaciones a internet es como la incorporación al capitalismo: ocurre en un esquema colonial de dependencia y subordinación. Como dice Renata Ávila en un ensayo reciente: «las poblaciones del mundo que todavía están desconectadas son el territorio en disputa de los imperios tecnológicos».

Esta «segunda mitad» va a llegar a una internet cada vez más concentrada en pocos monopolios muy influyentes. Las nuevas generaciones de usuarias y usuarios, que acceden desde sus móviles, se están encontrando con un conjunto de servicios online, antes que una red abierta, libre y distribuida. Están llegando tardíamente a los debates sobre regulación y políticas de internet, porque las reglas están moldeadas desde los intereses de corporaciones y países centrales (copyright, ciberdelitos, responsabilidad de intermediarios, protección de datos, comercio de servicios, etc.).

Derechos humanos, poder corporativo y democracia real en la red

La discusión sobre la gobernanza de internet en foros como el FGI tiene que ir más allá de la preocupación por las diferencias de acceso y uso de las tecnologías, para entrar en los conflictos entre derechos humanos y poder corporativo. De lo contrario, se impone a estas nuevas poblaciones online una agenda colonial de internet. Una agenda que requiere conectar aceleradamente a la población que todavía no tiene acceso a internet, pero que a la vez exige libertad para hacer negocios sobre la base del extractivismo de datos en todo el mundo, e impone barreras para el uso local del conocimiento y la tecnología, bajo la forma de protección de la propiedad intelectual.

La discusión sobre la gobernanza de internet en foros como el FGI tiene que ir más allá de la preocupación por las diferencias de acceso y uso de las tecnologías, para entrar en los conflictos entre derechos humanos y poder corporativo

Pero incluso los proyectos que representan una alternativa real a la internet mercantilizada, no escapan de la reproducción de patrones de poder y dominación. Un ejemplo de ello es Wikipedia, o las comunidades de software libre, donde encontramos que el conocimiento es construido desde grupos privilegiados, por varones blancos, con acceso a la tecnología y a la formación técnica, en países centrales.
Aun cuando el 75% de la población online se encuentra en el sur global, y por lo menos la mitad somos mujeres. La conferencia Descolonizar internet hizo foco precisamente en quién y cómo se construye el conocimiento que llega a estar online, para plantear que hay una brecha más compleja, que no es solamente de acceso al conocimiento. Es una brecha en el conocimiento.

Para pensarlo desde un ejemplo, tomemos el tema de las “fake news” y la desinformación (un asunto que está de moda y que tuvo su panel en el LACIFG). ¿Cómo determinarán las plataformas como Facebook cuál es el conocimiento supuestamente «fiable», que es la base para «detectar» noticias falsas? Se está encomendando esta tarea a una combinación de redes de chequeadores de noticias y herramientas de machine learning. Sin embargo, es altamente probable que queden por fuera del alcance y los criterios de este aparato de la verdad, los conocimientos de comunidades marginalizadas que no están online, o que, estando online, son sistemáticamente invisibilizados o afectados por sesgos sistemáticos.

Internet opera en un mundo globalizado e interconectado y su mapa está configurado por esa realidad. Pero internet también entraña un proyecto internacionalista, y es un bien común de la humanidad

¿Cómo cuestionamos entonces las asimetrías de poder y el colonialismo digital, en el marco de la gobernanza de internet? internet opera en un mundo globalizado e interconectado y su mapa está configurado por esa realidad. Pero internet también entraña un proyecto internacionalista, y es un bien común de la humanidad. Hoy opera bajo reglas capitalistas, coloniales y patriarcales que expresan el poder de pocas empresas y de una infraestructura basada prácticamente en un solo país, pero moviendo capitales por todo el mundo.

La respuesta no es un repliegue en lo local, en la soberanía estatal o en la autonomía individual. Tampoco es suficiente con exigir adaptaciones y enfoques localistas a las corporaciones globales, porque de hecho Facebook, Google y otras corporaciones tienen enfoques locales, nacionales y regionales, que les resultan muy útiles para ampliar sus mercados.

Lo que necesitamos es una democracia real en la red, que le permita a la población ya conectada y a los que vendrán, decidir cómo se conectarán y participar en igualdad de condiciones en la definición de las reglas de un mundo inevitablemente interconectado, pero no inevitablemente injusto y desigual.

fUENTE: https://www.genderit.org/es/articles/descolonizar-la-gobernanza-de-internet

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Las tendencias que pueden transformar las aulas de América Latina

Por: El país

¿Cómo imaginas que serán las aulas del futuro? ¿Aprenderán tus hijos y nietos de la misma manera en que tú lo hiciste? Puede que las herramientas que modelen las escuelas del mañana ya hayan sido inventadas.

Sin embargo, poco ha cambiado en términos de los desafíos del sistema educativo: según datos de la UNESCO, 263 millones de niños y jóvenes no van a la escuela y cientos de millones de jóvenes son analfabetos. En América Latina, uno de cada cinco jóvenes de entre 15 y 24 años no está en el sistema educativo y el 60% de ellos proviene de los sectores más pobres.

De acuerdo con el Informe de Desarrollo Mundial del Banco Mundial, con cada año adicional de escolarización, los ingresos de una persona aumentan entre un 8% y un 10%, especialmente en el caso de las mujeres. Pero no basta con solo ir a la escuela, se necesita una educación de calidad que le dé a los jóvenes las herramientas necesarias para afrontar un mercado laboral cada vez más competitivo.

Formas innovadoras de enseñanza y nuevas tecnologías pueden ayudar a superar estos desafíos y mejorar el mañana. El uso de las mismas potenciaría la educación como motor de desarrollo, para contrarrestar la desigualdad y reducir la pobreza en América Latina y el Caribe.

Estas son cuatro tendencias que pueden transformar las aulas de la región:

El poder del cerebro

Puede que después de cumplir 25 años, aprender nuevos conceptos e ideas sea más complicado. Varios estudios demuestran que los niños y jóvenes aprenden de manera más rápida, comparado con personas de mayor edad. Esto sirve para explicar por qué los niños aprenden idiomas de manera más sencilla o incorporan nuevas tecnologías de manera más rápida.

Los nuevos hallazgos sobre el cerebro humano tienen un lugar prominente en el futuro de la educación. Los expertos sostienen que la manera en que el cerebro aprende y procesa la información tiene que ser el nuevo paradigma para una reforma educativa, especialmente para impulsar la alfabetización y el desarrollo cognitivo de los niños.

En la mayoría de los países, prácticas de enseñanza obsoletas limitan la capacidad de aprendizaje al centrarse en contenidos no vinculantes y de memoria en lugar de enfocarse en habilidades y competencias.

Clases más allá del salón

Las nuevas tecnologías pueden ayudar a eliminar cualquier barrera que evite el aprendizaje. Los cursos online masivos y abiertos, o MOOC por sus siglas en inglés, permiten asistir a las más selectas instituciones educativas con un solo clic de distancia.

Ya sea que estés interesado en ciudades y desarrollo urbano o la historia de la Segunda Guerra Mundial, estas herramientas disponibles en múltiples idiomas pueden ayudar a personas con acceso limitado a la educación. Una formación interactiva, virtual y práctica promueve el aprendizaje continuo a lo largo de la vida, respetando los intereses y necesidades de cada persona.

La tecnología también permite simplificar las dudas más comunes. El uso de inteligencia artificial (IA) permite solucionar las dudas más comunes de los estudiantes, ya sea sobre tareas o consultas administrativas. Utilizando herramientas similares a los asistentes virtuales presentes en la mayoría de los teléfonos celulares, diversos centros educativos ya están incorporando servicios de asesoramiento automáticos que permiten una mejor detección de problemas y consultas frecuentes para así luego mejorar los servicios de tutorías y los cursos dictados.

Datos grabados

Si bien los certificados, títulos y diplomas pueden decorar cualquier pared donde se cuelguen, no necesariamente es la manera más conveniente de asegurar la integridad y validez de los méritos académicos conseguidos.

Tecnologías de validación de datos como la cadena de bloques, o blockchain, en inglés, crean oportunidades para la descentralización administrativa, incrementan la transparencia y la efectividad, a la vez que evitan la burocracia innecesaria y reducen costos.

“Los migrantes, por ejemplo, tienen habilidades o credenciales educativas que desean reconocer en sus nuevos países. Proteger estos datos de manera segura e indestructible es ayudar a las personas pobres y vulnerables a participar de manera más equitativa en la economía global”, comenta en su blog Harry Patrinos, experto del Banco Mundial en Educación.

Un sistema educativo de calidad

Una educación de calidad es una de las formas más efectivas para que los países puedan reducir la pobreza y potenciar el crecimiento económico. Desafortunadamente, datos del Banco Mundial señalan que solo el 42% de los estudiantes latinoamericanos de escuela primaria alcanzan los resultados esperados para su edad en matemáticas.

Los datos son aún más preocupantes para los grupos más vulnerables: en México, por ejemplo, el 28% de los estudiantes matriculados en los primeros años en las escuelas indígenas obtuvo una calificación positiva en la evaluación estudiantil nacional, a diferencia del 44% para los matriculados en las escuelas generales.

Según el BID, si bien ha aumentado la tasa promedio de graduación de educación secundaria entre 2006 y 2015, dos de cada 10 estudiantes pobres de la región lograron completar el ciclo, frente a 6 de cada 10 de los estudiantes de hogares con más ingresos.

Estas cuatro tendencias requieren de atención por parte de los gobiernos, familias y estudiantes: no es suficiente solo con aumentar el gasto, sino que se deben hacer inversiones inteligentes, equitativas y medibles que permitan detectar qué políticas funcionan y compararlas con otras prácticas internacionales.

Fuente: https://elpais.com/economia/2018/08/08/actualidad/1533690632_807970.html

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Educación socioemocional: Asunto del Estado, no de la escuela

Por: Adolfo del Ángel Rodróguez

Una novedad dentro del Nuevo Modelo Educativo, es que dentro de las Áreas de Desarrollo Personal y Social se incluye una asignatura llamada Educación Socioemocional, que es producto del Programa Nacional de Convivencia que se había estado implementando como una opción para combatir la violencia y el acoso escolar en las escuelas. Cabe destacar que dicho programa estaba destinado a escuelas de organización completa, dando inicio en el ciclo escolar 2016-2017.

Dicho programa, decantado en una asignatura dentro del Nuevo Modelo Educativo, encuentra una justificación en la violencia desatada en el país en los últimos años, suponiendo, según “expertos” en el tema, que es en las escuelas en donde se debe trabajar ese aspecto, concluyendo que se dará dicha atención en una asignatura. En ese sentido, es conveniente centrar la atención en un par de premisas que atañen su implementación en las escuelas: 1) reducir el trato del “origen de la violencia” social en una asignatura supone un desmarque por parte del Estado de una responsabilidad social que le corresponde; 2) enfrentar a la escuela contra los medios de información, cuyo contenido incluye misoginia y sexualización del entorno, además de la banalización de la calidad de vida, privilegiando los lujos sin reparar en los medios para conseguirlo (hablemos de música, contenidos visuales e incluso campañas de grandes marcas, además del hiperconsumismo que se promueve por todos lados).

Bien, en lo que respecta al primer punto, es sabido que cuando el gobierno reduce una necesidad social a un solo renglón de atención, termina por seguir líneas institucionales y no satisface dicha necesidad; por ejemplo, en el ámbito de la salud pública y en el educativo la atención a tales renglones pasó a segundo plano y se crearon beneficios alrededor de los institutos conformados para ello, bifurcando el fin primordial que era la formación de la población estudiantil, terminando en la constitución de sindicatos, que al inicio buscaban proteger al trabajador, pero que después se convirtieron en motivo de peleas por el poder (en una dinámica que por motivos de espacios no se puede ampliar aquí), creándose muchos vicios alrededor suyo que han impedido trazar y concretar metas en beneficio de la población.

En el caso de la Educación Socioemocional, reducirla a una asignatura es, de alguna manera, dejar a la escuela una responsabilidad que corresponde al Estado, por lo que siendo congruente, el Estado mismo debería abarcar todos los aparatos que lo conforman, no solo el educativo, porque el hacerlo así supone que no se atenderán otros ámbitos que son también espacios de educación pública, como son los medios visuales y auditivos que informan a la ciudadanía; de esa manera, si no hay avances en el rubro, de antemano hay un culpable de que en la sociedad  no haya una cultura de la no violencia y esa es la escuela.

De esta manera, en el segundo punto vemos como se trata de enfrentar a la escuela con dichos medios, los cuales fomentan un estilo de vida incongruente con la realidad, pues como lo resume Eduardo Galeano: “los niños pobres son los que más sufren la contradicción entre una cultura que manda a consumir y una realidad que lo prohíbe”; en un espectro más amplio, no solo los niños sufren de una realidad que exige un modo de vida no acorde a la dinámica económica, por lo que la nuestra es una sociedad frustrada, una sociedad a la que se le educa para el consumo sin que perciba los recursos necesarios para ello, por lo que eso es algo que no se puede combatir desde la escuela, sino –como se dijo renglones arriba- debe ser una responsabilidad del Estado más amplia, desde los contenidos de los medios de información auditivos y visuales hasta las campañas publicitarias, pues lo que se escucha y se mira alrededor es contenido sexualizado, misoginia y banalización de la vida, a lo que la media de la población no puede acceder o si lo hace es mediante formas nada beneficiosas a la sociedad, importando más el ingreso que la calidad de vida, anteponiendo los lujos, los placeres y las posesiones a la autorrealización como persona.

Ante esa perspectiva, Guillermo Jaim Etcheverry en su libro “La tragedia Educativa” había planteado que muy poco puede hacer la escuela en cuatro horas al día frente a los grandes educadores de la sociedad, que se encuentran afuera de las aulas, por lo que, podemos plantear que si la educación es pública, ¿por qué no abarca todo lo público? Es decir, todo lo que implica que la sociedad, el público, recibe como información, o es que, ¿acaso solo la escuela puede revertir lo que desde el Estado se ha creado? ¿Cómo la escuela, sola, puede educar a una sociedad con baja autoestima? –Véase el creciente negocio del couching en el país-. Por eso, la Educación Socioemocional no es un asunto educativo, ni mucho menos debe reducirse a una asignatura, sino que debe atenderse desde el Estado para abarcar el total de la sociedad para enfrentar una realidad con actitud crítica y bases firmes, atacando desde diferentes frentes al consumismo desmedido y a todo lo que ha llevado a crear una sociedad frustrada por no conseguir los lujos, placeres y posesiones que se ofertan por todos lados.

Fuente: http://insurgenciamagisterial.com/educacion-socioemocional-asunto-de-estado-no-de-la-escuela/

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