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Cesena, la prima scuola d’Italia a riconoscere i giovani caregiver

Europa/Italia/VitaIt

Resumen: En Italia, al menos, 169 mil jóvenes asumen sistemáticamente el cuidado de un miembro de la familia, lo que repercute en sus opciones de educación, ocio, estilo de vida. El Instituto Profesional de Cesena desarrolla por primera vez un programa educativo adecuado a el cuidador jóvenes, pensando para cada uno de ellos un plan de estudios personalizado. «Hemos empezado a trabajar en este tema el año pasado: habíamos comprendido esta realidad y tuvimos situaciones de chicos que no habíamos reconocido o por el contrario que habíamos tratados con un pietismo excesivo», explica Alessandra Prati , participante del proyecto europeo EPYC  que les llevó a ser la primera escuela en Italia para reconocer la realidad de los jóvenes cuidadores y proporcionar un apoyo adecuado a estos estudiantes.

In Italia almeno 169 mila giovani si prendono cura sistematicamente di un famigliare, con ripercussioni sul loro percorso scolastico, il tempo libero, le scelte di vita. Un Istituto Professionale di Cesena per primo ha inserito i giovani caregiver fra i BES, pensando per ciascuno di loro un piano didattico personalizzato. Un’altra scuola a Carpi fa compilare ai nuovi iscritti un questionario per misurare il loro impegno di cura

Ha 17 anni I., è originaria della Turchia ma vive in Italia. Per fare i compiti deve litigare con la madre, perché quando lei deve fare i compiti il fratello la distrae e vuole sempre ricevere attenzioni. È italiana invece S. e ha 16 anni : anche lei dice che tempo per i compiti ne ha «sempre poco» e soprattutto la sua casa «non è più un luogo accogliente in cui farli». Nessuno dei suoi docenti però le ha mai chiesto una spiegazione per il grave calo nel suo rendimento scolastico e lei si è ben guardata dal gridare ai quattro venti quanto tempo le costa fare da caregiver al fratello disabile.Queste testimonianze sono state raccolte nel volume “Care2Work” (in allegato), collegato all’omonimo progetto europeo finanziato da Erasmus + di cui per l’Italia è partner la cooperativa Anziani e non solo.

I vissuti, i bisogni e le riflessioni qui esplicitate sono li stessi di tanti giovani caregivers, nascosti nelle classi di tutta Italia. La prima scuola d’Italia a dare loro attenzione è l’Istituto Professionale Versari Macrelli di Cesena, un istituto da mille e cento studenti. Qui l’istituto ha previsto l’essere giovani caregiver fra i bisogni educativi speciali, creando quindi la possibilità di avere un piano didattico personalizzato. Oggi ne usufruiscono otto studenti.«Abbiamo iniziato a lavorare su questo tema l’anno scorso: avevamo intuito questa realtà e avevamo avuto situazioni di ragazzi che non avevamo riconosciuto o che al contrario avevamo trattato con eccessivo pietismo», spiegaAlessandra Prati, docente di economia aziendale dell’Istituto, oggi distaccata all’ufficio scolastico provinciale di Forlì Cesena.

È l’incontro con la cooperativa Anziani e non Solo e con il progetto europeo Epyc a far fare loro un salto di qualità nella riflessione, che li ha portati con questo anno scolastico ad essere la prima scuola d’Italia a riconoscere nero su bianco la figura del giovane caregiver e a prevedere adeguati supporti per questi studenti. La professoressa Prati ne parlerà oggi pomeriggio a Carpi nel workshop “Essere giovani studenti e caregiver”, nell’ambito dei Caregiver Day organizzati da Anziani e non solo (qui il programma completo), ma del tema si parlerà ancora venerdì e sabato a Rimini, nell’ambito del Convegno Erickson “Supereroi fragili, Adolescenti oggi tra disagi e opportunità”.

La professoressa Prati ha voluto intitolare il suo intervento “La scuola incubatrice di nuovi soggetti protagonisti di care” , perché «la scuola vorrebbe fare proprio questo, proteggere e insieme far crescere» questi che sono «ragazzi in punta di piedi, molto discreti, silenziosi, che faticano a esternare la propria situazione e anche solo a riconoscerla», spiega. Cita l’esempio di una sua alunna di quinta, dell’anno scorso: «la scuola aveva già avviato un percorso di sensibilizzazione sul tema dei giovani caregiver, ma lei non ha mai detto nulla. Alla maturità, faceva l’indirizzo servizi sociali, si è presentata con una tesina su lei come caregiver della sorella e tutte le discipline le ha allacciate alla sorella. Il primo obiettivo quindi è far capire ai ragazzi stessi il loro ruolo, poi farlo capire ai compagni e anche ai docenti, perché non tutti hanno accettato la proposta che la scuola ha fatto».

Concretamente, gli studenti che hanno un piano didattico personalizzato possono contare su interrogazioni programmate, se serve per alcune discipline fissare degli obiettivi minimi, recuperare le verifiche saltate e un compagno tutor per trasmettere i compiti. Se serve è possibile anche derogare al tetto massimo di assenze da scuola. «La scuola ha creato un gruppo di lavoro, siamo sei insegnanti, ci crediamo molto, stiamo cercando di diffondere questa esperienza a livello provinciale, abbiamo realizzato un concorso fotografico nelle scuole superiori della provincia di Forlì-Cesena, con la Consulta degli Studenti, per illustrare le sensazioni che un giovane caregiver prova», racconta Prati, ricordando lo scatto con il gabbiano che prova a spiccare il volo o quello in cui una ragazza allaccia le scarpe a un’amica.

Licia Boccoletti è la responsabile progetti Anziani e non solo. Proprio lei un anno fa ci aveva aperto gli occhi su questa realtà silenziosa e invisibile. Per l’Istat i ragazzi fra i 15 e i 24 anni che si prendono cura di un famigliare adulto fragile sono 169mila, pari al 2,8% della popolazione di questa età. Ma un’indagine svolta da Anziani e non solo a Carpi aveva rilevato che il 19,8% degli studenti presta un livello di cura di intensità alta o molto alta verso un genitore o un nonno, ovvero a una persona anziana o malata. Anche il Rapporto Garanzia Giovani ha evidenziato che le responsabilità collegate alla cura sono il primo motivo di inattività dei giovani Neet fra i 15 e i 29 anni. Al CFP Nazareno di Carpi, dove Anziani e non solo aveva svolto la sua ricerca, la scala MACA-YC42 viene ora sistematicamente utilizzata all’atto delle iscrizioni: «È un questionario per quantificare il carico di cura, viene distribuito all’atto dell’iscrizione, la scuola poi si impegna ad approfondire con le famiglie le singole situazioni, gli insegnanti hanno fatto un percorso con noi, c’è uno psicologo di riferimento… al termine dei nostri laboratori in questa scuola il 20-30% dei ragazzi ha dichiarato di identificarsi nel ruolo del caregiver», spiega Boccoletti.

La cooperativa Anziani e non solo nel frattempo ha avviato anche un piccolo servizio dedicato ai giovani caregiver, nell’ambito del progetto europeo Epyc, sui quattro comuni del distretto di Carpi: è stato fatto un primo censimento dei potenziali giovani caregiver, che in questo momento vengono contattati individualmente. Da inizio aprile sono tre i ragazzi fra i 13 e i 19 anni che hanno già aderito alla proposta di un percorso insieme, con incontri individuali e attività di gruppo, cominciando dalla fotografia e dal teatro, per fare qualcosa insieme e allo stesso tempo confrontarsi con qualcuno che sta vivendo la stessa esperienza.

Foto Michael Kurzynowski/Unsplash
Fuente: http://www.vita.it/it/article/2017/05/03/cesena-la-prima-scuola-ditalia-a-riconoscere-i-giovani-caregiver/143220/
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Inteligencias múltiples y educación

“El diseño de mi escuela ideal del futuro se basa en dos hipótesis: la primera es que no todo el mundo tiene los mismos intereses y capacidades; no todos aprendemos de la misma manera. La segunda hipótesis puede doler: es la de que en nuestros días nadie puede llegar a aprender todo lo que hay para aprender” Howard Gardner

En mi entrada anterior presentaba la teoría de las inteligencias múltiples desarrollada por Howard Gardner en la que expone que todas las personas no tenemos una inteligencia única sino múltiples inteligencias relativamente independientes que interactúan entres si,  que pueden operar aisladamente o trabajar juntas según la tarea que realicen. Las inteligencias no se desarrollan todas por igual, todos tenemos varias predominantes y tenemos la capacidad de desarrollarlas hasta un determinado nivel de competencia si recibimos el estímulo adecuado

Estas inteligencias se combinan de manera diferente en cada uno de nosotros haciéndonos únicos y haciendo que cada uno de nosotros aprenda de manera diferente.

Si cada uno de nosotros es único y aprende de manera diferente, la teoría de las inteligencias múltiples tiene una gran implicación en la educación.

Estas implicaciones son principalmente, la individualización y pluralización. Individualizar para tratar a cada niño de forma diferente, conociendo sus diferentes inteligencias y enseñarle y evaluarle atendiendo a sus capacidades y pluralizar para decidir que conceptos, temas o ideas son importantes y presentarlos de diferentes formas según las capacidades de cada niño.

“La educación que trata a todos de la misma  forma es la más injusta que puede existir”  Howard Gardner

Gardner recomienda «atender a las diferencias individuales de los niños en las escuelas y tratar de individualizar las evaluaciones y los métodos de instrucción»

Cada uno de nosotros pensamos y aprendemos de maneras distintas, la educación debe ser distinta para cada uno, debe ser una educación personalizada. Gracias a las nuevas tecnologías esto es posible ya que disponemos de las herramientas necesarias para que cada uno aprenda de manera diferente.

«La teoría MI representa un esfuerzo por fundamentar de forma amplia el concepto de inteligencia en los más amplios conocimientos científicos actuales posibles, pretende ofrecer un conjunto de herramientas a los educadores con las que ayudar al desarrollo de las potencialidades individuales, y creo que aplicada de forma adecuada puede ayudar a que todos los individuos alcancen el máximo desarrollo de su potencial tanto en la vida profesional como privada » (Gardner, 1998)

Descubrir cómo aprende una persona, cuáles son sus pasiones, sus fortalezas y talentos servirá para educar a cada persona de manera personalizada utilizando todo los recursos tecnológicos y humanos a nuestro alcance. Es un ideal al que nos acercamos cada día más

La escuela tradicional valora mucho el coeficiente intelectual y tenerlo alto te hace destacar en la escuela, sin embargo seguro que todos conocemos a compañeros del colegio o universidad que sacaban notas excelentes y sin embargo no sabían relacionarse con otras personas y actualmente  no tienen tanto éxito como pensábamos que tendrían y sin embargo otros compañeros que solían suspender y eran expertos relacionándose con los demás, eran muy creativos o tenían buena autoestima, actualmente tienen un trabajo que les apasiona, han creado su propia empresa o disfrutan lo que hacen. Un coeficiente intelectual alto no predice el éxito o las oportunidades que tenemos en la vida, sin embargo la calidad de la enseñanza recibida y los recursos propios de los que disponeos tienen mucho que ver

Los maestros deben cambiar para enseñar a cada alumno de manera diferente. El maestro debe convertirse en un guía para ver la mejor manera de aprender de una persona, cada persona aprende de manera diferente y el maestro debe ser capaz de saber cómo enseñar a cada estudiante haciendo equipo con los padres, ayudándole a reconocer cuáles son sus tipos predominantes de inteligencias y ayudarles a utilizarlas para acceder al conocimiento ayudándole a estimular y desarrollar también el resto de sus habilidades.

Identificar las inteligencias requiere un proceso continuo de observación contrastado con diferentes fuentes de información, padres, profesores y el propio alumno

Gardner recomienda dos técnicas para identificar las fortalezas de los estudiantes

  1. Llevarlos a un museo para niños un par de veces (o parque infantil con muchos tipos de juegos) y observar detalladamente qué hacen y cómo lo hacen. Completarlo con lo que se observa en la clase.
  1. Dar un pequeño cuestionario sobre sus puntos fuertes a los propios estudiantes y su los padres y, si es posible, el maestro del año pasado. En la medida en que los tres informan de los mismos puntos fuertes y débiles, tendrá fiabilidad.

A nivel personal y profesional, conocer nuestras inteligencias predominantes nos puede ayudar a desarrollar todo nuestro potencial y dedicarnos a aquellas actividades para las que tengamos habilidades naturales y desarrollar aquellas que creemos nos pueden ayudar al desarrollo de esa actividad

Actualmente se necesitan nuevas competencias que antes no se valoraban, trabajar en equipo, en red, cooperar, colaborar, construir confianza, conocerse y comprenderse uno mismo, gestionar nuestras emociones. Todas estas competencias son necesarias para desarrollarnos en el mundo laboral y en la escuela deberían enseñarnos a desarrollarlas

Gardner sugiere crear dentro de las escuelas entornos que modelen este tipo de comportamientos entre maestros, entre maestros y padres y entre chicos mayores y los pequeños, donde se trabaje en equipos donde existan personas que tienen distintas perspectivas. Formar equipos en los que las personas tengan habilidades, intereses y pasiones complementarias donde todos puedan sumar es muy necesario, enriquecedor y se disfruta más.

Me gusta esta visión de la educación y pensar que es posible y que quizás algún día la educación pública pueda tener en cuenta este enfoque es un sueño,

Me parece una buena manera de tener adultos felices

Fuente: http://eleslaboninvisible.com/inteligencias-multiples-educacion/utm_campaign=shareaholic&utm_medium=twitter&utm_source=socialnetwork

Imagen: http://eleslaboninvisible.com/wp-content/uploads/2016/06/Inteligencias-M%C3%BAltiples-y-Educaci%C3%B3n-1024×776.jpg

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Pensar con las manos

“No es que aprendamos haciendo. Aprendemos haciendo y reflexionando sobre lo que hemos hecho”, dijo el filósofo y pedagogo John Dewey a principios del siglo XX.

Aprendemos reflexionando, investigando, probando hipótesis, contrastando datos, volviendo a hacer, reflexionando de nuevo, investigando más. Aprendemos problematizando la realidad. Aprendemos haciéndonos preguntas y buscando respuestas. Aprendemos equivocándonos.

Aprendemos cuando tomamos conciencia de lo que estamos haciendo y nos organizamos para conseguir mejores resultados. Aprendemos si el contenido se nos presenta de una manera organizada, en relación con nuestras experiencias y aprendizajes previos. Si responde a nuestros intereses, necesidades o problemas. Aprendemos si estamos suficientemente motivados. Aprendemos si el aprendizaje es significativo, diría David Ausubel. O situado y atento al contexto, diría Lev Vygotsky.

It is not that we learn by doing_Dewey

Aprendemos “por la vida a través de la vida”, decía el conocido lema del belga Ovide Decroly

Aprendemos integrando saberes, vinculando conocimientos, mezclando contenidos, aunando disciplinas.

Aprendemos combinando la actividad individual y la colectiva para generar proyectos, sostuvo el francés Célestin Freinet. “Sólo se puede saber algo en continuidad con el saber de otros y solo se pueden llevar a cabo nuevas prácticas y descubrimientos en cooperación con el hacer de otros,” ha escrito recientemente la filósofa Marina Garcés.

Clase de arte. Universidad de Iowa. 19 de mayo de 1932

Clase de arte. Universidad de Iowa. 19 de mayo de 1932

El principal objetivo de la educación es crear hombres capaces de hacer cosas nuevas y no simplemente de repetir lo que otras generaciones han hecho. Hombres que sean creativos, inventivos y descubridores”, sostenía por su parte Jean Piaget.

Aprender es crear. Crear es comprender afirmaron años después algunos de los herederos de Dewey y Piaget. “Estoy con Dewey, Montessori y Piaget cuando afirmaron que aprendemos haciendo y pensando sobre lo que hemos hecho“, escribió Seymour Papert en un interesante artículo titulado “Enseñar a los niños a pensar” (1980). El mismo Papert que, casi diez años antes, en 1972, había escrito junto con Cynthia Solomon 20 cosas para hacer con un ordenador (1972), en donde se quejaba de la timidez intelectual mostrada por la comunidad de los tecnólogos educativos incapaces de hacer algo distinto con los ordenadores de lo hecho en los últimos siglos.

¿Por qué no usamos los ordenadores para hacer algo?, se preguntaba Papert. Lo mismo que se preguntaba su colega en Xerox Park Alan Kay, quien también en 1972 había escrito el premonitorio artículo A personal computer for children of all ages, donde describía el Dynabook, una tablet avant la lettre antes incluso de que apareciesen los primeros ordenadores personales.

Con ese dispositivo Kay pretendía cambiar “la forma de educar. Ir más allá de la educación tradicional basada en la transmisión de datos y hechos para animar a los niños a observar el comportamiento del mundo real por ellos mismos. Hacer que profesores y padres vieran en éstos a seres que piensan y toman decisiones y no meros recipientes de información.

La gran ventaja de los ordenadores personales, del Dynabook, sostenía Alan Kaye era su capacidad de promover un aprendizaje activo frente a metodologías más tradicionales y pasivas.

“No hay nada más importante en la sociedad de hoy en día que la capacidad de pensar y actuar creativamente”, decía recientemente en una entrevista Mitch Resnick (Lego Papert Professor of Learning Research en el MIT), discípulo a su vez de Papert y de Kay.

El aprendizaje es un proceso “activo y creador. Aprender es exactamente el cambio que se hace constructivamente cuando afrontamos una situación nueva,” escribió el que es considerado como el padre de la metodología de proyectos.

William Heard Kilpatrick, como su maestro Dewey, mantenía que la educación no es un proceso que sirva de preparación para la vida futura, sino que es la vida misma, por lo que el aprendizaje, igual que la vida, debe surgir en respuesta a un propósito.

El “acto propositivo” que ocurre en un entorno social determinado era para Kilpatrick la unidad básica de aprendizaje en la escuela. Aprendemos, según él en respuesta a un proyecto determinado y en la resolución de un problema común. Aprendemos planteando, desarrollando y evaluando proyectos. Y mejor si esos proyectos nos son relevantes y responden a preguntas, problemas, situaciones que nos interesan. Un proyecto es un camino de aprendizaje desde la pregunta o el desafío inicial hasta el “producto” final.

Sobre Aprendizaje Basado en Proyectos (ABP) conversé la semana pasada (25/5/2016) con Miguel Ariza, Ana Gregorio Álvarez y Javier Ramos Sancha. Los tres llevan años trabajando en las aulas con ABP pero también asesorando a otros docentes y a otros centros educativos e impartiendo formación sobre ABP.

Miguel Ariza dirige el departamento de  Orientación de Nuestra Señora de los Milagros (Algeciras, Cádiz), imparte formación sobre ABP y es cofundador de Conecta 13, empresa responsable de varios MOOCs para INTEF incluido uno sobre ABP y de un estupendo Canvas para diseñar proyectos que recomiendo.

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Ana Gregorio es maestra de Primaria y desde hace 8 años es Asesora de Formación en el Centro de Profesorado CEP de Almería donde trabaja con centros, equipos directivos y docentes en la implementación de proyectos de innovación educativa entre los que podemos destacar la Semana de los Proyectos.

Javier Ramos es maestro de inglés en Educación Primaria y Educación Infantil en el Colegio San Gregorio de Aguilar de Campoo en Palencia y trabaja desde años con TIC y Proyectos y entre ellos, desarrollando Proyectos e-Twinning. Escribe en este blog.

Con ellos tratamos de entender qué es el Aprendizaje Basado en Proyectos y qué no es ABP. ¿Cuáles son sus límites?, ¿cuáles sus fortalezas?, ¿cuáles son las principales dificultades a la hora de poner en marcha un proyecto de ABP en un aula, en un centro?. ¿Cómo se puede diseñar un proyecto? y ¿quién debe hacerlo?, ¿de dónde parten los proyectos?. ¿A qué deben responder? ¿a los intereses de los alumnos o al currículo? y, por tanto, les preguntamos ¿cómo integrar el currículo en el diseño de proyectos?, ¿cómo empezar?, ¿a donde recurrir? (sobre ABP hay muchos recursos en Internet).

Les preguntamos si hay edad para el ABP, si funciona mejor en una etapa educativa determinada o en todas.¿Cuáles son los efectos sobre el aprendizaje de los alumnos?, ¿qué diferencias se presentan en los alumnos que trabajan con método de proyectos respecto de quienes no lo utilizan?. ¿Hay estudios sobre el impacto del ABP en los aprendizajes?. ¿Cuál es el papel del profesor?, ¿cuál es el papel de la evaluación? y algo muy importante ¿qué otros cambios (organizativos, espaciales…) se deben producir en los centros educativos y en las aulas para trabajar por proyectos?.

Trujillo 2¿Qué aporta el aprendizaje basado en proyectos y cuáles son las principales dificultades?, se preguntaba hace unos años Fernando Trujillo en un post en el que presentaba un nuevo Curso de Formación del Profesorado online del INTEF (curso que hora está disponible en gratis y en abierto en la web del INTEF). “La pedagogía del proyecto se presenta como el mejor aprendizaje de la empresa“, dice Christian Laval y citaba Fernando Trujillo en un tuit durante el #direcTIC para preguntarse si ¿el ABP es para el trabajo o la vida?.

Clase de arte. Universidad de Iowa. 19 de mayo de 1932

Clase de arte. Universidad de Iowa. 19 de mayo de 1932

Personalmente disfruté mucho de la conversación. De su preparación previa, de las interacciones y las reacciones que hubo durante la misma y sobre todo de las consecuencias posteriores. Entre ellas no me gustaría terminar este resumen sin recuperar el excelente post que ha publicado mi amigo Fernando Trujillo en el Blog de educaconTIC titulado Contra el Aprendizaje Basado en Proyectos y en el que Fernando nos plantea dos grandes preguntas: 1.”¿Puede el ABP ser la estrategia formativa para el nuevo capitalismo como la instrucción directa lo fue para la economía industrial?” y 2. ¿puede el ABP ser una estrategia de emancipación y para la búsqueda de la felicidad?  

Fernando nos invita a repensar el Aprendizaje Basado en Proyectos para que se “convierta en una estrategia de emancipación y de transformación de la sociedad“. Nos invita a problematizar el ABP. No puedo estar más de acuerdo. Como no puedo estar más de acuerdo también con Antonio Lafuente cuando nos invitaba a aprender a trabajar en modo taller, es decir, “apostar por otros modos de hacer que minimizan la distancia entre el que enseña y el que aprende”, pero también a estar atentos a los monstruos del tallerismo y a mantener vivo el gesto crítico. Es decir, a problematizar el taller, a poner en cuestión “nuestros conceptos, nuestras prácticas, nuestros códigos o nuestras tecnologías.” A pensar con las manos.

Me gusta pensar, como les gusta pensar a Fernando y a Antonio y como dijo Françoise Giroud que “todos los días se pueden transformar las cosas.”

Os dejo con el vídeo de la sesión y con una cita de uno de nuestros principales pedagogos de principios del siglo XX, Manuel Bartolomé Cossío quien en un texto titulado El maestro, la escuela y el material de enseñanzadecía algo que me recuerda a los post de Fernando y de Antonio.

El hombre educado no es el que sabe, sino el que sabe hacer, y transporta, mediante la acción, a la vida las ideas. Y a hacer, solo se aprende haciendo, y a indagar y pensar, que es un hacer fundamental, pensando, no pasivamente leyendo, ni contemplativamente escuchando.

Fuente: https://carlosmagro.wordpress.com/2016/05/31/pensar-con-las-manos/

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Axel Rivas, director del Programa de Educación del Cippec: «Justicia pedagógica es creer que todos los alumnos son capaces»

El investigador se refirió a tres modelos. “Uno de ellos, el meritocrático, es muy injusto”, dijo. Si bien advirtió que sería “absurdo” eliminar el valor del esfuerzo, indicó que el desafío es crear prácticas de enseñanza que favorezcan el aprendizaje en la diversidad.

 Sábado 04.06.2016 |Mariela Goy

Axel Rivas estuvo en mayo en Santa Fe para disertar en el Instituto Nº 8 Alte. Brown, en una actividad organizada por el diputado Paco Garibaldi. También visitó El Litoral. 

El modelo meritocrático, que hoy está siendo tema de debate educativo, “premia los esfuerzos del alumno pero castiga mucho las diferencias de contexto; ignora o aprovecha que existen grandes desigualdades”. Lo dice Axel Rivas, máster en Ciencias Sociales y Educación, y al frente del área de Educación del Cippec, una organización apartidaria que se ocupa de analizar y promover políticas públicas para la equidad y el crecimiento en la Argentina.

El especialista -que recientemente fue seleccionado por la Fundación Konex como una de las 100 personalidades destacadas de la última década en las Humanidades Argentinas- se refirió a los tres modelos de justicia educativa que “están insertos en las prácticas escolares, en las creencias y no se presentan de forma pura, por lo cual tenemos que hacerlos conscientes y explícitos para poder tomar decisiones”.

“Todos nuestros alumnos son infinitamente capaces de hacer muchas cosas. Nuestro trabajo como docentes es explorar y expandir ese potencial. Nuestras creencias de justicia tienen que estar en relación a sentir que todos nuestros alumnos son capaces”, definió Rivas.

—¿Cuáles son esos tres modelos de justicia educativa?

—Uno de ellos es el “modelo meritocrático”, en el cual básicamente los alumnos son responsables de su aprendizaje y los docentes, de enseñar. Por lo tanto, si un docente cumple en enseñar los contenidos, toda la responsabilidad por aprender, aprobar y avanzar es de los alumnos. La meritocracia premia los esfuerzos del alumno pero castiga mucho las diferencias de contexto. Esas desigualdades se manifiestan en los resultados de los aprendizajes, con lo cual es un modelo muy injusto. También es muy tentador y a veces cómodo para el docente porque sólo se responsabiliza de enseñar.

El segundo es el “modelo compensatorio”, que empieza a surgir en los últimos 25 años, y que tiene una gran ruptura con el anterior porque se hace responsable de los alumnos. Trata de dar más oportunidades a los que tienen peor contexto social o alguna situación de desventaja. El sistema educativo ha creado muchas prótesis: becas, apoyos escolares, horas extraturno, tutores, comedores, planes de apoyo a las escuelas más vulnerables. Todo eso ayuda y construye mejores condiciones de justicia, más oportunidades para los desaventajados, pero muchas veces evita la discusión pedagógica.

Eso nos lleva al tercer modelo, el de “justicia pedagógica”, en el cual no podemos mantener la misma enseñanza homogénea, ritualizada y memorística para grupos de alumnos extremadamente diversos y dispares. Por el contrario, es necesario crear pedagogías diferenciadas; es decir, tener distintas trayectorias de enseñanza que puedan favorecer a todos los alumnos, no en escuelas y aulas diferenciadas, sino en aulas compartidas, comunes, donde la diversidad enriquezca el aprendizaje.

Es un gran desafío porque es muy difícil desarrollar pedagogías diferenciadas, que se acerquen más a las trayectorias de los alumnos, que los reconozcan como sujetos, que puedan ser creativas, aprender de su propia experiencia y no repetirse ritualmente. Requiere de mucha capacidad de los docentes, tiempo y buenos salarios. Y a veces hay una brecha entre el ideal y las posibilidades concretas.

“No anularnos como educadores”

—Una de las observaciones que haría un docente a este tercer modelo es que en aulas con más de 30 alumnos es difícil aplicar una pedagogía diferenciada…

—Hay dos planos que todos los docentes deben distinguir. Uno, el de los contextos de vida de los alumnos, que son a veces muy difíciles y diversos, y de las condiciones de trabajo: infraestructura, salarios, falta de tiempo. Esas condiciones son, en definitiva, las que más deciden lo que ocurre dentro de las aulas, las que más inciden en los aprendizajes.

La otra dimensión es el margen de intervención de la propia práctica institucional de las escuelas y de los docentes. Que las condiciones externas de los alumnos sean reconocidas como las que más inciden en los aprendizajes, no debe generar el efecto de excusa de que no es posible mejorar y trabajar con esos alumnos. No creo que tengamos que convertir a los educadores en héroes que salen de la realidad sociológica para cambiar la vida de los alumnos -eso sería irreal y mentiroso-, pero tampoco tenemos que anularnos como educadores y pensar que ya está todo decidido. El trabajo del educador es ampliar márgenes, no justificar la imposibilidad de hacer su trabajo.

Los educadores deben salir de un cierto clima de derrota, de estar como fuera de eje, fuera de época. Hoy nuestros niños y jóvenes tienen más acceso al conocimiento que nunca, pero desorganizado y disperso. Las escuelas tienen el potencial de aprovechar el acceso a Internet, y crear nuevas visiones de aprendizaje, más disfrutables. (Axel Rivas, Cippec)

—¿Cuál es su postura sobre la vuelta de las notas 1, 2 y 3 como aplazos en Buenos Aires?

 —Hay que salir del debate muy simplificado de posiciones enfrentadas. La práctica pedagógica siempre es compleja, es una combinación y no una toma de posición única. Es necesario mantener siempre un sentido de valor del esfuerzo -sería absurdo e injusto eliminarlo- así como todo tipo de rituales, de varas, de reglas, de medidas que disciplinan el aprendizaje. Pero creo que tienen que tener mucho menos peso del que tenían tradicionalmente. Hay que reemplazarlos con nuevos conductores de aprendizaje: no a partir de la orden exterior al miedo, a la falta o al castigo, sino al revés: a partir de apasionar a los alumnos y hacerlos a ellos mismos constructores del conocimiento. Reitero que el gran desafío es cómo crear prácticas de enseñanza que favorezcan el aprendizaje en la diversidad, y evaluaciones que funcionen.

La “buena” evaluación

—¿Cuál sería una buena evaluación?

—Es aquella que trabaja junto a la enseñanza, que acompaña, que es casi imprescindible, que permite una retroalimentación constante. Una evaluación de procesos y no esa prueba final, ritual, que de alguna manera pone todo el peso del aprendizaje en el alumno. El docente tiene un gran desafío: mantener la vara meritocrática sólo que subsumida a una vara de justicia pedagógica. Es decir, que el ordenador tiene que ser el potenciar a cada alumno, el reconocer sus dificultades, apoyarlo, crear distintas trayectorias para llegar a cada uno, a su forma de participar.

—¿La evaluación debe considerar también el contexto del alumno, su acceso al capital simbólico?

De una forma tal que uno pueda potenciar a ese alumno, porque el riesgo siempre es caer en una visión de “promoción social” donde uno reconoce una situación desfavorable y por compasión no mantiene la vara de lo que ese alumno tiene que aprender. La pregunta típica que se hace el docente es: ¿enseño para el promedio del curso o bajo la vara para que todos puedan aprobar aún cuando los aventajados no aprendan mucho más?. Es una pregunta errada y mal planteada en términos pedagógicos: la cuestión es cómo uno se enriquece a partir de la diversidad y cómo uno plantea un proyecto de enseñanza que genere trayectos paralelos y sinérgicos. El ejemplo es el “multigrado” de las escuelas rurales, donde un docente tiene chicos de 6, 10 y 15 años y no se le ocurre decir: “no les puedo enseñar porque ustedes son muy distintos”. Lo que hace es crear una trayectoria acorde a su edad, a su nivel de desarrollo y, por otro lado, hace actividades compartidas. Esto no es un aula degradada, que no funciona, muy al contrario.

—¿Cómo opera la calidad allí?

— Dependerá mucho de la capacidad que tengan los docentes de llevar adelante un programa curricular, de entender cómo se contecta aquello que tienen que enseñar con la vida de los alumnos. El gran desafío de un docente es ser él mismo un apasionado del conocimiento, que tenga ganas de enseñar aquello que sabe, de transmitir el valor por aquello que aprendió. Eso es mucho más importante que el aplazo sí o no, que mantener la vara o bajarla.

El secundario es el bastión más complejo del sistema educativo. Fue diseñado para seleccionar “a los mejores” pero en los últimos 20 ó 30 años, se avanzó en un nuevo paradigma. El problema es que eso no se traduce en una nueva organización de la escuela secundaria, que sigue teniendo muchas materias, exámenes, y pruebas de obstáculos para los alumnos. (Axel Rivas, Cippec)

– ¿Qué pasa con el nivel secundario que incluyó a más alumnos pero sigue sin encontrar la fórmula?

 – Claramente, el secundario es el bastión más complejo del sistema educativo, siempre fue diseñado para elegir “a los mejores”, y en los últimos 20 ó 30 años -especialmente desde el retorno de la democracia-, con distintos hitos y hasta la ley de educación nacional que lo hace obligatorio, se avanzó de distintas formas en un nuevo paradigma. El problema es que eso no se traduce en una nueva organización de la escuela secundaria, que sigue teniendo muchas materias, exámenes y pruebas de obstáculos para los alumnos. Por más que creemos apoyos, tutorías, intentos de hacerla más inclusiva, será muy difícil lograrlo sin cambiar la matriz.

 Entonces ahí hay un desafío de política muy complejo de ser abordado. Hay que crear un equipo institucional con pertenencia a la escuela -no de profesores “taxi”- y un proyecto de mejora institucional. También hay que abordar una dimensión crítica de la enseñanza tradicional; si no lo hacemos, todo lo demás va a ser un retoque, un paliativo que nunca va a alcanzar a tocar lo de fondo. ¿Qué es lo de fondo? Cómo proyectamos en nuestro alumnos la ciencia, la matemática, qué preguntas les generamos a ellos, cómo los involucramos en el conocimiento, cómo los sacamos de una trayectoria extremadamente ajena, de un recorrido por contenidos que ellos no saben para qué sirven ni para qué están ahí.

 – ¿Qué se puede hacer para revivir las aulas, que es el título de uno de sus últimos libros?

 – Hay un plano de la política educativa, donde vienen los cambios más profundos en la participación del Estado, en la distribución de los recursos, en el planeamiento educativo, en crear políticas para fortalecer la docencia, para crear programas de mejora en cada escuela. Por otro lado, está el plano más propio de los educadores, de las escuelas, de las aulas, donde también hay mucho para hacer.

 Para este último, tiendo a usar el esquema simple de las “cuatro C”. Fortalecer la C del Colectivo: del trabajo institucional con los colegas, de crear una cierta mística y un clima de trabajo institucional para sentirse acompañado y que vale la pena. La segunda C es de las Creencias: cuáles son nuestras ideas de justicia, cómo defendemos a nuestros alumnos desde lo que creemos, porque lo que pensamos sobre nuestros alumnos, tiene un efecto sobre ellos. Con lo cual, cuando pensamos que un alumno es incapaz, estamos proyectando en ellos esa incapacidad y probablemente generemos una desventaja en ellos. No podemos pensar que está decidido su destino, que son por definición, por naturaleza, por genética o por crianza, incapaces, disminuidos o que no tendrían que estar ahí.

 La tercera C es de las Capacidades: tiene que ver con tener herramientas pedagógicas, de la propia experiencia porque los años de la trayectoria docente dan muchas herramientas, pero también lo da el diálogo con colegas, la lectura, la capacitación, el ejercicio de reflexión sobre la práctica. La cuarta C es la del Coraje: que es una forma de expresar un plus, un extra que hoy es más importante en las escuelas y que es el entusiasmo, las ganas, el poner el sentimiento de que vale la pena estar ahí. Y no sentirse derrotado. Esto a veces es más importante que todo lo otro.

 – ¿Usted dice que el docente puede poner todo esto en práctica al margen de las políticas educativas que a veces acompañan y otras veces no llegan a las escuelas? ¿El docente, la escuela sola lo puede hacer?

 – Claramente las condiciones de trabajo de los docentes a veces son difíciles; la vida de los alumnos nos pone en juego, muchas veces de forma para las que no estábamos preparados. El trabajo de uno está en tensión, poniéndose en juego uno mismo, y es un trabajo rodeado de humanidad en todo sentido: estamos rodeados de niños, de jóvenes; también estamos todo el tiempo bajo juicio de los alumnos, padres, colegas, con lo cual es un trabajo muy difícil.

Pero, al mismo tiempo, tenemos que tener la capacidad de salir, como colectivo de educadores, de un cierto clima de derrota, de estar como fuera de eje, fuera de época. Me parece que al contrario: hoy nuestros niños y jóvenes tienen más acceso al conocimiento que nunca, pero desorganizado y disperso. Las escuelas tienen el potencial de aprovechar el acceso a Internet, y crear nuevas visiones de aprendizaje, más disfrutables, que sean apasionantes para los alumnos. Antes, la escuela era donde empezaba y culminaba el conocimiento. Ahora, esas fronteras son ilimitadas pero tenemos que ayudarlos a navegar ese mundo y apasionarlos para que quieran navegarlo, y hacer del mundo del conocimiento su propia vida, su propio destino.

– De ahí nos vamos a la formación docente ¿hay un déficit?

– Sí, es uno de los grandes desafíos. Hay un camino muy complejo por delante para lograr la institucionalización de una política nacional y federal de organización, de crear una verdadera carrera de formación docente. Hoy es muy dispar, tenemos más de 1.300 institutos formadores. Lo veo como un desafío que no está ajeno a la visión general de para qué se forman los docentes, cómo se los convoca, cómo se logra tener una carrera profesional atractiva. Los salarios son fundamentales para tener una carrera docente. Si uno ofrece un salario bajo, va a reclutar a personas que no están interesadas en el mismo.

 – ¿Qué opina de la idea del gobierno nacional de crear un Instituto de Evaluación Educativa?

 – La creación de una instancia de evaluación, que por ahora es una secretaría, es un avance. Necesitamos una política sólida de evaluación de la calidad integral que no mire solamente los aprendizajes si no toda las dimensiones de la escuela. Que permita que los alumnos y docentes participen de una autoevaluación institucional. La evaluación de los aprendizajes tiene que ser censal, para todos; hasta ahora lo era sólo para el último año de la secundaria. Pero no para publicar y crear rankings por escuelas, porque sería una forma equivocada de comunicar. Las escuelas se pueden ver perseguidas, en un momento en el cual ya se sienten tensionadas, tratadas peyorativamente por la sociedad y los medios. No hay que generar más ataques a las escuelas, sino diagnosticar, devolver resultados, hacer un plan de mejoras y ser muy críticos, honestos y sinceros sobre lo que aprenden los alumnos para mejorar. Ahí me parece que una instancia como la que se está creando puede ayudar.

Fuente: http://www.ellitoral.com/index.php/id_um/131157-justicia-pedagogica-es-creer-que-todos-los-alumnos-son-capaces-axel-rivas-director-del-programa-de-educacion-del-cippec

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Educación y personalización

A fuerza de asimilar muchas voces va apareciendo una voz personal, dice Enrique Vila-Matas a Jordi Corominas en esta entrevista.

Lo personal es humano, la personalización no. Así de contundentes se muestran David Weinberger y Doc Searls en su nueva versión del influyente Manifiesto Cluetrain. En ese mismo tono se expresaba Audrey Watters en The problem with Personalization: “Personalized learning isn’t personal learning”, que podríamos traducir como “aprendizaje personalizado no es aprendizaje personal.”

A classroom scene with teacher Mabel Adams and students. circa 1898-1899

La personalización es, sin duda, una palabra de moda. No hay actividad, servicio o producto que no reclame hoy su cuota de personalización. En el ámbito de la educación, además de estar de moda, es importante. Parece impensable hablar de educación y no hacerlo de personalización. Ministros, políticos, profesores, académicos, expertos, empresarios y emprendedores, no estoy tan seguro sobre los alumnos, reclaman como suyo el discurso de la personalización.

Pero ¿qué entendemos por aprendizaje personalizado?. ¿Es lo mismo aprendizaje personalizado que enseñanza personalizada o que educación personalizada? ¿Es posible una educación personalizada en el marco de la educación obligatoria? ¿Es posible una educación que garantice la igualdad y sea personalizada al mismo tiempo? ¿Es compatible la personalización con el aumento de las ratios alumnos/profesor?

¿Cuál es la relación entre eficiencia y personalización? ¿De quién es hoy la agenda de la personalización? ¿A quién beneficia? ¿Qué papel desempeña en esto la tecnología? ¿Apostar por la personalización nos pone en suerte de las empresas tecnológicas? ¿O en manos de los adláteres del Big Data?

¿Es la personalización una tarea individual o una empresa colectiva? ¿Es lo mismo personal que individual? ¿y aprendizaje personalizado que aprendizaje individualizado? ¿Se puede aprender sin otros? ¿Cuál es la relación entre personalización y diversidad? ¿Nos lleva la personalización en brazos de la desescolarización? o, por el contrario, ¿en la Era de la personalización necesitamos más que nunca de la Escuela?.

No son pocos quienes como Michael Feldstein afirman que en realidad la personalización del aprendizaje no significa nada, que es un término redundante. Aprender es hacer nuestro algo, asimilar una experiencia, un hecho o un dato. Por lo que todo aprendizaje es personalizado. Pero no toda educación es personalizada y no toda la enseñanza es personalizada. Quizá sea de esto de lo que estamos hablando. De enseñanza personalizada. De educación personalizada.

Personalización parece ser lo opuesto a estandarización. Y su bandera se enarbola casi siempre contra un supuestamente homogéneo sistema educativo tradicional, un modelo de educación industrial, fabril, prusiano dicen unos, transmisivo otros. Una educación bancaria como la definió Paulo Freire y que aún hoy predominaría en la mayoría de las aulas del mundo. Pero de nuevo el problema es que tampoco parece que tengamos claro qué significa educación industrial. La educación fabril, como bien nos ha explicado Mike Caulfield, fue en realidad una respuesta al interés por la educación personalizada.

Horace Mann School for the Deaf records. ca 1890-1900

Horace Mann School for the Deaf. ca 1890-1900

Siempre hemos querido personalizar la educación. En 1905, John Dewey ya criticaba “la pasividad de actitudes, la masificación mecánica de los niños, la uniformidad en el programa escolar y en el método.” Y señalaba que el problema estaba en que “el centro de gravedad está fuera del niño, que está en el maestro, en el libro de texto, … por todas partes donde queráis, excepto en los niños y en las actividades inmediatas al niño.”

El pensamiento de Dewey inspiró el movimiento de reforma educativa de principios del s. XX que buscó la personalización del aprendizaje a través de dos grandes corrientes. Por un lado los que pretendían preparar mejor a los jóvenes para el mundo laboral aumentando la eficiencia en los procesos de aprendizaje; por el otro, aquellos preocupados por una enseñanza centrada en los alumnos, en grupos pequeños y con un aprendizaje individualizado. Dos tendencias, que volvieron a ser protagonistas en las décadas de los 60s y 70s, y que han perdurado hasta hoy como bien ha explicado Larry Cuban.

En 1996, el Informe Delors, insistía en la necesidad de la personalización: “la educación tiene la misión de permitir a todos sin excepción hacer fructificar todos sus talentos y todas sus capacidades de creación, lo que implica que cada uno pueda responsabilizarse de sí mismo y realizar su proyecto personal”.

La historia de la reforma educativa de los últimos 100 años es, de hecho, el intento de aunar personalización y socialización. Deberíamos ser capaces de reconciliar los ideales individuales con los institucionales, decía Dewey en su Credo pedagógico. La “socialización de cada individuo y [el] desarrollo personal no deben ser dos factores antagonistas. Hay pues que tender hacia un sistema que se esfuerce en combinar las virtudes de la integración y el respeto de los derechos individuales”, afirmaban por su parte en el citado Informe Delors.

Printing, teacher, Miss Christine Kincaide. Horace Mann School. 1891

Printing, teacher, Miss Christine Kincaide. Horace Mann School. 1891

Para el Glossary of Education Reform, el término personalización se refiere “a una amplia variedad de programas educativos, experiencias de aprendizaje, métodos de enseñanza y estrategias de apoyo académico que tienen por objeto atender las diferentes necesidades de aprendizaje, intereses, aspiraciones y antecedentes culturales de los estudiantes individuales.”

Así entendida, la personalización nos obligaría a repensar el sistema educativo. Muchos de los elementos básicos de la educación tradicional: la escuela, el año escolar, la clase, la estructuración por edades, la lección, la pizarra y el profesor delante de una clase de treinta niños, se han convertido en obstáculos para el aprendizaje personalizado.

La educación personalizada nos devuelve al intenso debate sobre la escolarización obligatoria que tuvo lugar en las décadas de los 60’s y 70’s (Jon Igelmo). En estos últimos años los movimientos críticos con el sistema educativo han cobrado de nuevo protagonismo, aunque quienes ahora defienden su disminución o su desmantelación distan mucho de ser un grupo homogéneo. En sus filas encontramos desde las propuestas de laecopedagogía de Richard Khan a las iniciativas de emprendedores e inversores como Peter Thiel y sus becas que promueven el abandono de los estudios universitarios.

De los 6 posibles escenarios de futuro para la educación identificados por la OCDE en 2001, dos planteaban una continuación de los modelos existentes (Mantenimiento del status-quo), otros dos preveían un fortalecimiento de las escuelas (Re-escolarización) y los dos últimos pintaban un futuro con un descenso significativo del protagonismo de las mismas (Desescolarización). No son pocos los que desde la defensa de la personalización sostienen en realidad una profunda crítica al sistema educativo obligatorio que ha caracterizado las últimas décadas.

Algunos autores llevan tiempo señalando que el principal riesgo de la personalización es el aumento de la desigualdad. Para Charles Leadbeater “la personalización es una potente pero controvertida idea, que podría ser tan influyente como la idea de privatización lo fue en los 80’s y 90’s para la remodelación de los servicios públicos en todo el mundo.”

Horace Mann School for the Deaf. 1893

Horace Mann School for the Deaf. 1893

La educación personalizada y la equidad sólo serán compatibles cuando los recursos estén disponibles de manera equitativa. Cuanta más personalización introduzcamos en el sistema más recursos públicos deberemos invertir para compensar las desigualdades.

Trabajar por la personalización nos exige asegurar no solo la disponibilidad de los recursos en los contextos escolares sino sobre todo en los entornos familiares y sociales. Algo que, por cierto, ya señaló hace años Pierre Bourdieu (Bourdieu, Pierre & Passeron, Jean-Claude. Los herederos) y que, como nos han recordado hace muy poco Joaquín Rodríguez hablando de Alemania y Kavya Vaghul sobre Estados Unidos, sigue siendo un tema importante.

Una de las principales razones que explica el interés en los últimos años por la personalización es el fuerte desarrollo de las tecnologías de la información. Si, hasta ahora, hablar de educación personalizada, más allá de la que podía suceder en un aula entre un alumno y un profesor, era algo que caía más bien del lado de la utopía, la transformación que estamos experimentando en el ámbito de la producción y difusión del conocimiento hacen que, por primera vez, parezcan alcanzables algunos de los retos históricos de la educación como la personalización (Horizon 2015). Una de las frases más escuchadas en los últimos tiempos es que “la tecnología puede ayudar al sistema educativo a ir más allá del modelo fabril de educación y empoderar a los estudiantes, profesores y padres mediante un aprendizaje personalizado”. Una vez más la tecnología es vista como la palanca para el cambio educativo. En este caso, a través de la personalización y el aprendizaje centrado en el alumno.

Los defensores de la personalización a través de la tecnología sostienen principalmente dos argumentos: el itinerario y el ritmo: Los alumnos aprenderían más, nos dicen, si tuviesen más control sobre lo que aprenden (su itinerario de aprendizaje) y sobre cuándo y a qué velocidad aprenden (su ritmo de aprendizaje).

Para muchos, la personalización está vinculada a los dispositivos y a los datos. Y su fortaleza se encuentra en la capacidad para analizar esos datos. Algo que, de hacerlo, dicen sus defensores, nos permitiría no solo mejorar el proceso de aprendizaje individual sino también el colectivo (el aula, la escuela, el sistema educativo).

Michael Fullan y Katelyn Donnelly mantienen que el concepto y la práctica extrema de la personalización podríaacarrear el riesgo de limitar nuestra exposición a lo diverso y lo extraño. La personalización sería a la larga limitadora e iría en contra de aquello que parece que más necesitemos en estos momentos: capacidad de reconocer e integrar lo diferente, lo distinto, lo variado, lo extraño y lo periférico.

Classroom of Miss Kate Hobart. 11 de noviembre de 1892

Classroom of Miss Kate Hobart. 11 de noviembre de 1892

Tampoco todo el mundo parece estar de acuerdo sobre los beneficios de que sean los alumnos los que elijan qué y a qué ritmo aprender. Benjamin Ryley nos recordaba que el conocimiento es acumulativo y que los alumnos deben saber ciertas cosas antes de embarcarse con otras nuevas. Sería un error “colocar a los niños ante la responsabilidad de fijar la velocidad de su aprendizaje, sobre todo durante los primeros años de su educación. ”

Y no son pocos los que mantienen que con el aprendizaje adaptativo no estamos realmente desafiando ni los objetivos, ni el curriculum de la educación tradicional. Tan solo estamos conduciendo a los estudiantes hacia esos objetivos de una manera más eficiente.

Y aunque nos faltan datos concluyentes sobre su impacto real sobre el aprendizaje, tampoco parece que éste mejore. Sus críticos sostienen que el aprendizaje adaptativo funcionan bien con el conocimiento procedimental pero no con el declarativo, ni con el desarrollo del pensamiento estratégico ambos imprescindibles en la sociedad de hoy. El debate es intenso (aquí, aquí, aquí y aquí) y nos recuerda que en educación nada es blanco o negro, que debemos buscar el tono de gris adecuado para cada contexto y que más que respuestas debemos ser capaces de hacernos buenas preguntas.

Charles Leadbeater sostiene que la única manera de plantearnos una alternativa al aprendizaje tradicional radica en ser capaces de combinar las agendas de la personalización, la colaboración entre centros y la implicación de la comunidad educativa. “La personalización a través de la participación hace posible la conexión entre lo individual y lo colectivo al permitir a los usuarios una participación más directa, informada y creativa en reescritura del guión mediante el cual el servicio que utilizan está diseñado, planificado, servido y evaluado.”

Por su parte, Jim Devine afirma que en 2030seguiremos viviendo, como hoy, en una cultura de la escuela porque nos habremos dado cuenta de la importancia de estar juntos físicamente en un mundo por otro lado hiperconectado, donde mucho de lo que haremos como individuos o como grupos no estará unido a ningún sitio concreto ni tampoco limitado a un tiempo determinado.” La individualización, continua Devine, “será una realidad en todas las facetas de la vida, y para nuestros hijos significará un plan de estudios personalizado con énfasis en la motivación a través del aprendizaje activo y experimental, combinando actividades individuales y en equipo”.

El paradigma del aprendizaje del futuro será altamente personalizado pero también altamente social al menos durante los años críticos del desarrollo de los niños”, algo que él llama aprendizaje personalizado pero juntos.

Classroom of Mabel Adams with 9 Children. ca 1890-1900

Classroom of Mabel Adams with 9 Children. ca 1890-1900

Sanna Jarvela, por su parte, distingue entre personalización e individualización, sosteniendo que personalización no es lo opuesto a aprendizaje social.

El término como vemos es complejo y polisémico. No significa lo mismo para todos. Es muy probable que tú y yo no queramos decir lo mismo cuando hablamos de personalización. De hecho puede significar casi cualquier cosa y el problema con los términos que pueden significar cualquier cosa es que corremos el riesgo de que al final no signifiquen nada. O, peor, que no sepamos qué quieren decir nuestros interlocutores y malinterpretemos su mensaje. De ahí la importancia de hacernos preguntas. De ahí la necesidad de no aceptar sin más los discursos y de acercarnos siempre con una mirada crítica que atienda a las aristas y a los detalles.

La personalización, entendida como una educación centrada en cada alumno, ha sido practicada siempre por los buenos profesores. Quién puede sostener que el aprendizaje no necesita estar centrado en el alumno y responder a sus demandas y necesidades y atender a las diferencias y a la diversidad. Quién no va a estar de acuerdo con la afirmación de que el aprendizaje tiene que ser una experiencia personalizada y no estandarizada y que los alumnos tienen que ser dueños de su propio aprendizaje.

Pero la agenda de la personalización tiene problemas sin resolver: semánticos, tecnológicos e incluso pedagógicos. Mal usada puede ser un arma de doble filo y el riesgo de que el discurso de la personalización provoque una fractura social y un aumento de la desigualdad es demasiado alto para no considerarlo. Al final, la pregunta que debemos hacernos es qué tipo de educación queremos y para qué.

Debemos preguntarnos si queremos un sistema que responda a lo que nos diferencia o uno construido sobre lo que tenemos en común. Si queremos un sistema que responda no solo a lo que pasa sino sobre todo a lo que nos pasa (Antonio Lafuente).

Early grade classroom scene with teacher Kate Hobart and students. 1904

Early grade classroom scene with teacher Kate Hobart and students. 1904

Pensemos en la Escuela como un lugar donde nuestros hijos van a aprender con los demás. Como un lugar de ciudadanía y un lugar para la innovación social. Pensemos en la educación no sólo como una inversión en busca de eficiencia sino como la mejor manera para que un alumno sea en el futuro un buen ciudadano. Luchemos por salvaguardar los valores primordiales de la equidad, la accesibilidad y la responsabilidad social. Trabajemos por un Escuela centrada en los alumnos, con un aprendizaje personalizado pero colectivo.

Trabajemos por la personalización sí, pero juntos y para todos.

Todas las fotos pertenecen al archivo de la Ciudad de Boston y provienen del Commons de Flickr de la Escuela Horace Mann para sordos, fundada en 1869 con el objetivo de dar una educación de calidad a las personas sordas y con dificultades de audición. En la actualidad sigue funcionando.

Todas las fotos tienen una licencia Creative Commons de reconocimiento.

Este artículo se publicó originalmente en el Boletín Scopeo nº105 en septiembre de 2015

Fuente: Educación y personalización

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